Marocchina uccisa a Dronero: ascoltati alcuni connazionali

Continuano senza sosta gli interrogatori in relazione all’omicidio di Fatima Mostayd, la 19enne marocchina uccisa due giorni fa con sedici coltellate all’addome nella sua casa di Dronero, in provincia di Cuneo.

I carabinieri hanno già ascoltato i colleghi dell’azienda di biciclette dove la marocchina lavorava e altri marocchini che abitano a Dronero, la cittadina a 20 chilometri da Cuneo che su poco più di settemila abitanti conta circa un migliaio di immigrati. Interrogati anche il fratello e la madre della vittima, arrivata in Piemonte da Marsala, in provincia di Trapani. Ma al momento gli inquirenti sembrano brancolare nel buio, l’assassino non ha ancora un volto e ogni pista sembra valida. Si cerca ancora l’arma del delitto e si indaga nella vita privata di Fatima per provare a chiarire il movente dell’omicidio.

La 19enne lavorava come operaia per la “Allione” di Villar San Costanzo, una ditta specializzata nell’assemblaggio delle due ruote.

L’unico indirizzo dato alle indagini pare essere, al momento, la porta aperta dell’abitazione di Fatima, dettaglio che spinge gli investigatore a ipotizzare che la giovane marocchina conoscesse il suo assassino. La porta non presenta segni di effrazione, secondo quanto stabilito dai rilievi dei carabinieri.

Testimoni hanno riferito agli inquirenti di aver visto Fatima intorno alle 16, poco prima del delitto, in un piccolo negozio di alimentari vicino casa.

Fatima e suo fratello erano arrivati pochi mesi fa a Dronero dalla lontana Marsala, dopo la morte del padre. Nel cuneese avevano preso alloggio in un appartamento in via Solferino 2, proprio davanti a Ponte vecchio o “ponte del diavolo” come alcuni lo chiamano.

Raffaele Emiliano

Fotogallery a cura di Francesco Ameglio ©