“127 ore”: James Franco e la solitudine in fondo al crepaccio

RECENSIONE IN ANTEPRIMA DEL NUOVO FILM DI DANNY BOYLE, NELLE SALE ITALIANE DAL 25 FEBBRAIO

Alcuni registi devono avere delle doti veramente particolari se riescono a prendere delle storie apparentemente poco interessanti e trasformarle in grandi film. Un esempio? Vi sembrerebbe interessante la storia di un re che lotta contro la balbuzie? Detta così, non molto. Eppure Il discorso del re, di Tom Hooper, è film campione di incassi e candidato a 12 premi Oscar. Lo stesso discorso vale anche per 127 ore, nuovo lavoro del regista Danny Boyle, che dopo la pioggia di Oscar di The Millionaire si è gettato a capofitto in questo piccolo progetto, che gli è valso ben 6 nomination alle ambite statuette dell’Academy.

La storia è quella vera di Aaron Ralston (James Franco), appassionato di sport estremi che si avventura nel Grand Canyon dello Utah per un solitario week-end di arrampicate. Quando cade incidentalmente all’interno di un crepaccio, Aaron rimane con un braccio bloccato da un masso, senza via di fuga. Da quel momento passeranno ben 127 ore di solitudine e scarsi viveri prima che, in preda ad un ultimo e poco ludico slancio di vitalismo estremo deciderà di ricorrere all’amputazione per fuggire da quel luogo angusto e tornare a vivere.

Come dicevamo in apertura una trama piuttosto scarna, seppure arricchita dal fascino di cui godono sempre le storie ispirate a fatti realmente accaduti. In effetti girare un film ambientato interamente in un crepaccio, con un solo protagonista completamente immobile, era una sfida da matti. Ma evidentemente Danny Boyle lo è. Ancora di più: è uno di quei matti che hanno sempre ragione e vincono le scommesse.

La verità è che ci troviamo nuovamente con piacere davanti al suo stile ultra-dinamico, ritmato, che cattura lo spettatore sin dal primo momento e non conosce identificazione di genere. Split-screen, sequenze oniriche, montaggi da documentario di sport estremo: tutto è utile a Boyle pur di veicolare il senso di una storia semplice, 127 ore di solitudine che sapientemente diventano auto-riflessione del protagonista sul proprio egoismo e l’impossibilità di vivere una vita da individuo isolato.

Con l’aiuto di un James Franco ispiratissimo (meritata al nomination agli Oscar) e la propria visione del cinema come arte poliedrica del raccontare storie, il cineasta inglese usa tutta la propria maestria tecnica (in 127 ore ce n’è tanta) per dirci come ognuno può trovare il senso della propria vita anche in fondo ad un crepaccio. Ascoltate un consiglio, allora. Se per caso vi imbattete nel signor Boyle, non accettate scommesse: le vince sempre lui.

Roberto Del Bove