Milano: la Santanchè davanti al Palazzo di Giustizia. Silvio devi resistere

La foto che compare sul sito di Repubblica è emblematica: una donna che indossa un cartello con su scritto Silvio devi resistere resistere resistere. Un monito che ricorda le parole dell’allora Procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2002 invitò la collettività a “resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”, per impedire che i singoli interessi possano sopraffare il Diritto, “ultimo, estremo baluardo della questione morale.

Ma stamattina, davanti al Palazzo di Giustizia di Milano il concetto di resistenza ha invertito la sua tendenza evocativa, e la vera morale da difendere è diventata la libertà dalle persecuzioni giudiziarie dei cittadini, di uno in particolare. Daniela Santanchè guidava un drappello di un centinaio di persone, capeggiando una sorta di crociata breve nella quale i giudici di Corso Vittoria sono gli infedeli sovversivi da combattere. Bandiere del Pdl, cartelloni, slogan. E anche Luigi Einaudi: “Giustizia non esiste là dove non vi è libertà”.

Libertà dalle intercettazioni, dalle indagini, dai processi. Insomma dalle persecuzioni giudiziarie. Quelle di cui, secondo i tifosi del Popolo delle Libertà, i giudici di Milano hanno fatto una ragione di vita. Abbattere Silvio Berlusconi, costruire processi farsa pur di metterlo da parte. Un progetto che avrebbe preso corpo esattamente il giorno della sua discesa in campo.

E pensare al 1994 significa ricordare l’anno in cui la politica italiana è radicalmente cambiata. Ma anche l’anno a partire dal quale il tempo sembra essersi fermato. Un fiume di dichiarazioni, attacchi leggi ad personam e insinuazioni che nell’ultimo quindicennio ha soltanto avuto brevi pause. Una sorta di piccoli spot pubblicitari prima che riprendesse il film Silvio contro tutti. Si parla di giudici, ovviamente. E’ soprattutto per loro che il tempo si è fermato. Basta tornare alle parole di Borrelli, in quel discorso del 2002: “Le accuse generiche di parzialità preconcette, formulate contro i giudici, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi, da rappresentanti anche elevati della classe politica (…) Una certa ideologia di destra basata sull’interclassismo e su un populismo demagogico dominato dal ruolo carismatico del capo; la manipolazione della pubblica opinione italiana e straniera, cui uffici giudiziari vengono indicati con il pronto e prono ausilio di media come centrali rivoluzionarie promotrici di complotti internazionali o come falsificatori di documenti”.

Da Mediatrade alla “nipote di Mubarak”, da Mills ai bunga bunga, il tempo si è fermato. Insieme alla storia del Paese. Il resto del mondo, invece, corre e ci guarda. E probabilmente aver visto la Santanchè sfilare davanti al Palazzo di Ingiustizia (come lo ha definito lei) insieme a quel centinaio di sostenitori avrà dato l’impressione che in Italia siamo arrivati alla “guerra dei poveri”.

Cristiano Marti