Dall’Egitto a Lampedusa: la rivolta è sociale

Negli ultimi quattro giorni sono approdati a Lampedusa in più di 4mila, migranti in fuga dalle terra africane e dalle crisi dei loro paesi. E, in queste ore, altri barconi con a bordo centinaia di persone sono stati avvistati al largo della costa dalla Guardia di Finanza.
“Un esodo dalle proporzioni bibliche” lo ha definito il sindaco autonomista Bernardino De Rubeis.
Migliaia di uomini e donne, in larga parte salpati dalle vicine coste della Tunisia, che hanno intrapreso il “viaggio della speranza” verso l’Europa alla ricerca di “un lavoro. Solo un lavoro. – come spiega Sami, 30 anni – Perché da noi non c’e’ più”.

Ieri, intanto, un barcone appena salpato da Zarzis, in Tunisia, si è spezzato in due al largo di Gabès; il bilancio, secondo fonti ufficiali, è di un morto e un disperso, ma le vittime potrebbero essere molte di più.
Per chi “ce l’ha fatta”, invece, inizierà da oggi il calvario “dell’accoglienza” made in Italy; i migranti, già da ieri, vengono trasferiti nei centri di prima accoglienza dislocati in tutto il Paese, che già per molti, giunti in Italia prima di loro, si sono trasformati in un incubo di condizioni di vita disumane e vessazioni quotidiane.

In ogni caso gli sbarchi di questi giorni non attestano solo il prevedibile e completo fallimento delle politiche volute dalla Lega Nord contro gli sbarchi, palesatesi nella loro natura di demente propaganda, ma ci ricordano, a noi tutti “occidentali”, che le sommosse africane delle ultime settimane sono vere e proprie rivolte sociali contro una struttura economica che ha portato al popolo miseria e disoccupazione.
La crisi egiziana, sponsorizzata ad arte dagli Stati Uniti che, non a caso, hanno preteso la testa di Mubarack, per come viene rappresentata dall’informazione nostrana dovrebbe far intendere che basti far cadere il “rais” di turno, ed esportare un pizzico di democrazia, per riportare pace e felicità nelle terre africane.

La realtà, ben diversa e testimoniata dalle esperienze di quei 4mila migranti approdati a Lampedusa, ci parla, invece, di rivolte che scaturiscono da tensioni strettamente sociali.
Ancora ieri centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ad Algeri, guidate dal Raggruppamento per la Democrazia e dal Movimento Democratico dei comunisti, mentre a Benguerir, in Marocco, un ragazzo di 26 anni congedato dall’esercito e vittima della disoccupazione si è ucciso dandosi fuoco.

Due, infatti, sono le cause scatenanti delle rivolte di queste settimane: da una parte l’impennarsi del prezzo del pane, legato al costo del grano, cresciuto in un anno di oltre il 30% per gli effetti della speculazione finanziaria, dall’altra la disoccupazione che, soprattutto fra i giovani, anche scolarizzati, cancella qualsiasi prospettiva e speranza di futuro.
Non serve, dunque, che i governi occidentali fingano vicinanza ai popoli in lotta per dispensare un pò di democrazia “made in Usa”, è necessario, piuttosto, che l’Occidente si assuma la responsabilità di fermare la speculazione della finanza su beni di prima necessità, come ad esempio il grano, e si impegni a favorire lo sviluppo economico e sociale delle terre africane, garantendo il diritto al lavoro e al futuro di tutti i giovani africani e non, come fatto per decenni, depredando il continente di tutte le sue risorse.

Solo la costruzione di un “mondo migliore possibile” potrà pacificare una realtà che, altrimenti, potrebbe innescare una spirale planetaria di rivolta sociale fuori da ogni controllo.
E, allora, non saranno certo i patetici “muri” leghisti alle frontiere a fermare i popoli affamati.

Mattia Nesti