Marco Pantani, quel senso di ingiustizia sette anni dopo

Nello sport sono pochi quelli capaci di lasciare un segno indelebile nella memoria, non soltanto degli appassionati, ma anche e soprattutto della gente comune.
Marco Pantani è uno di questi.

La sua fama non è legata soltanto alla sua scomparsa così tragica, avvenuta proprio il 14 febbraio di sette anni fa, bensì all’entusiasmo che è stato capace di portare sulle strade del Giro e del Tour.

Marco Pantani, con il suo fisico minuto e quelle caratteristiche orecchie a sventola, è riuscito a riportare il ciclismo nel cuore della gente, in anni dove l’interesse intorno a questo sport era scemato vistosamente.
La sua tragica e nebulosa dipartita ha lasciato molti orfani di questo entusiasmo appena ritrovato.

E’ doveroso da parte nostra raccogliere le parole che la Fondazione onlus Marco Pantani ha lasciato sul proprio sito internet in un messaggio che inizia così:

“Non c’entra nulla il fatto che oggi sia l’anniversario della sua morte: i principi e le idee non si sventolano soltanto una volta all’anno per poi rimetterli nel cassetto. E non c’entra nulla nemmeno il fatto che la rilettura delle carte processuali stia dicendo che forse non è morto come è stato detto. Quello che ancora una volta fa notizia è rendersi conto dell’indimenticabile ingiustizia, del clima maledetto che lo condannò alla morte sportiva e di come tutti – ciascuno a suo modo – furono passivi di fronte al problema”.

“Marco era un ragazzo buono. Guascone sì, ma fondamentalmente buono e il muro di gomma è la spiegazione perfetta di ciò che avvenne e ancora si ripete.
Pantani non riuscì a ripartire e Martinelli non ha mai raccontato esattamente quello che accadde a giugno e perché Marco sprofondò. Undici anni dopo sarebbe stato davvero diverso? Probabilmente sì”.

“Pantani ha sbagliato, come potremmo sbagliare tutti se ci trovassimo in mezzo a una palude e non conoscessimo la via per uscirne. Alcuni si sono arricchiti. Tanti hanno dimostrato di aver fatto del dilettantismo a spese sue. Altri ancora si sono scatenati in vere guerre di religione, che in assenza di reazioni sono diventate persino sguaiate. Era troppo facile sparagli contro per farsene un merito, ma per contro le conseguenze sono state devastanti e irreparabili”.

E infine: “Per dieci anni ha trainato il ciclismo come un uragano. Lo ha preso per mano, lo ha innalzato a una popolarità smisurata e spaventosa, più del calcio e della formula uno, ma non è riuscito (e non ci siamo riusciti noi) a godersi la festa sino in fondo. Non era destino né conveniente che la sua favola andasse avanti. E’ questo il motivo per cui l’ultima domanda non avrà mai risposta: chissà se Berlusconi avrebbe speso una parola per Pantani, se non fosse stato proprietario del Milan. Forse per questo, richiamato anche direttamente, Gianni Letta non ritenne di fare un passo indietro e nei giorni del Giro continuò a narrare la favola maledetta e inventata del più grande dopato d’Italia. Il muro di gomma è ancora qui, aprire gli occhi degli italiani è l’unico modo per restituire dignità all’immenso angelo della montagna”.

Valeria Panzeri