Il Giappone si arrende a Sea Shepherd, sospesa la caccia alle balene

16 febbraio. Trionfo degli ecologisti su un fronte a dir poco delicato. L’associazione Sea Shepherd lotta ormai da diverso tempo per arrestare la sanguinosa e per molti anche sanguinaria caccia alle balene da parte del Giappone.

Oggi la decisione da parte del governo giapponese di sospendere l’attività nell’Antartico, fortemente constrastata anche con azioni letteralmente piratesche da parte degli attivisti animalisti.  Le immagini della caccia alle balene sono il più delle volte drammatiche, per usare un eufemismo. L’acqua del mare si colora di rosso, quello del sangue del mammifero arpionato, dopo essere stato braccato, inseguito per un tempo imprecisato.

Sea Shepherd, forse nell’intenzione di restituire pan per focaccia, ma fortunatamente senza spargimenti di sangue, ha iniziato a braccare la flotta giapponese, inseguendola con imbarcazioni ultra-veloci e ad alta tecnologia. Tra queste ultime il gioiello è Gojira, in occidente conosciuto come Godzilla, paradossalmente un vero e proprio eroe in Giappone. Un mostro potentissimo, invincibile, ma che combatte per il bene. Gojira, sostanzialmente, si mette davanti alle navi atte ad arpionare le balene, impedendone l’attività, poi scappa, facendosi inseguire e bloccando così la caccia.

Le azioni degli attivisti di Sea Shepherd si sono fatte sempre più insistenti, più dure anche generando un rischio per la sicurezza sia dei marinai della flotta giapponese, sia degli stessi ecologisti, sicurezza che il governo avrebbe ora deciso di tutelare a prescindere.

E, se i giapponesi hanno sempre giustificato le loro azioni con le principali motivazioni della ricerca scientifica e della forte tradizione culturale di cui è intrisa la contestatissima caccia ai mammiferi, anche le pressioni internazionali si sono però fatte sempre più forti. Quel tipo di caccia, se intrapresa ai soli  fini commerciali, è vietata dal 1986, e il sospetto di una così intensa attività da parte delle baleniere giapponesi è appunto che dietro alle motivazioni ufficiali si nascondano meri scopi economici. “La legge internazionale – dicono gli ecologisti – è dalla nostra parte”, l’opinione pubblica anche.

Ed è proprio su questa legge che l’Australia l’anno scorso aveva  presentato una denuncia al Tribunale dell’Aja, chiedendo di fermare una così cruda attività, anche se, anche qui, il sospetto è che dietro a tutto ci fossero ancora i soldi. Se per il Giappone si sospetta sia redditizio uccidere balene, per l’Australia, una grossa fonte di guadagno è sicuramente il Whale Watching. Guardare le suddette in mare aperto è infatti un’attrattiva turistica di prima grandezza. Il decimare i grossi mammiferi da parte del Giappone, avrebbe quindi conseguenze negative sull’economia australiana.

E siccome i colpi di scena non vengono mai da soli, secondo cablogrammi diffusi da Wikileaks, il governo australiano, nonostante la denuncia, sarebbe stato pronto ad un accordo con quello giapponese, per ridurre il numero di balene (permettendone comunque l’uccisione ma in numero minore).

In tutto questo, però, per ora pare abbiano vinto  i pirati ecologisti, che dopo aver sparato bombe puzzolenti contro la Nisshin Maru, la baleniera ammiraglia e tentato di bloccare le eliche della stessa con dei cavi d’acciaio, hanno ottenuto la sospensione della caccia.

A.S.