Bahrein: tre vittime a Manama. La polizia inizia la repressione

Il giro di vite era iniziato nella notte tra mercoledì e giovedì, quando l’esercito è entrato in azione per disperdere i manifestanti a Manama, la capitale. Vietate manifestazioni e raduni di massa, e il Ministro degli Interni annuncia che i militari avranno pieni poteri per qualsiasi iniziativa necessaria a mantenere l’ordine pubblico. Anche quella di ammazzare, come è successo ieri secondo quanto ha comunicato il Ministero della Sanità, il quale ha parlato anche di 195 feriti.

Intanto stamattina i funerali delle tre vittime si sono svolti in un villaggio del sud est del Paese, accompagnato dalle urla che gridavano “il popolo vuole la caduta del regime”. Tensioni che iniziano a preoccupare anche gli Stati Uniti che, col segretario di Stato Hillary Clinton, hanno espresso “profonda preoccupazione” per la situazione. Anche per le reazioni degli stessi politici d’opposizione: Abdul Jalil Khalil, uno dei principali leader del Partito di minoranza sciita (le tre vittime di ieri erano sciite) ha annunciato che 18 parlamentari hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta.

Un gesto che potrebbe alimentare l’intensità delle rivolte popolari che nonostante tutto non accennano a diminuire. Anzi: Ibrahim Sharif, membro del partito laico Waad, ha già fatto sapere che le manifestazioni andranno avanti. Ciò che i dimostranti chiedono immediatamente è la liberazione dei prigionieri politici, oltre alla sicurezza di un lavoro e di una casa. E, ovviamente, si invocano a gran voce le dimissioni del primo ministro Sheikh Khalifa Bin Salman Al Khalifa, al potere da ormai quarant’anni.

Restano per ora le ceneri di quello che Sheikh Issa Qassem, il più rispettato religioso sciita del Bahrein, ha definito un “massacro”, riferendosi all’incursione della polizia che alle tre di notte ha fatto irruzione a Piazza del Perla sorprendendo nel sonno i manifestanti. Un bagno di sangue vissuto però dal popolo come un doloroso passaggio verso un Paese migliore: quello che chiediamo, ha detto Salman, capo del partito Wefaq, “è uno Stato democratico, una monarchia costituzionale nella quale il governo sia eletto dal popolo”.

Cristiano Marti