Il mondo di Fernanda Pivano in mostra a Milano

Giornalista, scrittrice, saggista, traduttrice, Fernanda Pivano ha fatto conoscere all’Italia i grandi autori della letteratura americana. Da Edgar Lee Masters a Hemingway, dai poeti e dagli scrittori della beat generation a Bob Dylan, le penne più rappresentative della nuova America hanno conquistato il pubblico italiano grazie alla straordinaria capacità dell’artista, nata a Genova, di interpretare, capire, raccontare, descrivere un mondo in pieno fermento, ancora sconosciuto per il nostro paese. «Mi hanno attaccata per non aver mai valutato i libri, ma io mi sono limitata ad amarli, non a valutarli: questo lavoro lo lascio ai professori», diceva sempre la Pivano che nelle sue traduzioni riusciva a trasferire lo spirito più intimo e autentico delle opere originali. Una scrittrice indimenticata, morta a 92 anni, che la Galleria Gruppo Credito Valtellinese ha deciso di omaggiare, dal 6 aprile al 18 luglio 2011, giorno del suo compleanno, con la grande mostra a Milano “Fernanda Pivano. Viaggi, cose, persone”, ideata da Michela Concina e curata da Ida Castiglioni, Francesca Carabelli e la consulenza di Enrico Rotelli, assistente della scrittrice e curatore dei “Diari” da lei pubblicati per Bompiani. Documenti originali, in parte inediti, immagini fotografiche, dattiloscritti e testi autografi di grandi autori e, ancora, emozionanti poesie, lettere e disegni realizzati per lei dai mostri sacri del Novecento come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Gregory Corso, William Burroughs e le fotografie curate da Guido Harari.
«Vorrei aver scritto tre righe che la gente si ricordi», aveva detto in un’intervista del 2001 la Nanda, come la chiamavano i suoi amici, che di parole ne aveva scritto e tradotte tante su quella sua scrivania «così coperta di carte da non lasciarle spazio per appoggiare le braccia».Parole impossibili da dimenticare come quelle scritte il giorno del suo novantaduesimo compleanno, un mese esatto prima della sua morte, sulle pagine de Il Corriere della Sera:

Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti, alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po’ nella memoria.

Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant’anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell’ ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell’ aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per «vedere» dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.

Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell’ eternità quando al massimo avevano compiuto settant’ anni. Troppo presto.

Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n’ è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell’ età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.

Posso confidarvi che l’ ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: «Let’ s make a baby – facciamo un bambino». Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza «che giocò con la vita per tutti i novant’anni».

Per informazioni: http://www.creval.it/gallerie/gr_gallerie.htm

Valentina De Simone