Intervista a Daniel Woodrell, autore di “Un gelido inverno”

Oggi 18 febbraio arriva nelle sale italiane l’attesissimo Un gelido inverno (Winter’s Bone), il film diretto da Debra Granik tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell. La pellicola ha vinto il premio della giuria al Sundance Film Festival del 2010 ed anche i premi come Miglior Film e Miglior Attrice al recente festival di Torino, inoltre ha ricevuto sette nomination per gli Independent Spirit Awards e quattro candidature ai premi Oscar del 2011 come Miglior Film, Migliore Attrice Protagonista (Jennifer Lawrence), Miglior Attore non Protagonista (John Hawkes) e Migliore Sceneggiatura non originale (Debra Granik, Anne Rossellini).

Il film racconta la storia di Ree Dolly, esile ragazzina del Missouri, che si prende cura della madre e dei fratelli minori. Jessup, suo padre, è uscito di prigione dopo aver pagato una cauzione impegnando la fattoria, dopodiché ha fatto perdere le sue tracce. Ora che il processo si avvicina, se l’uomo non si presenterà in tribunale la casa di Ree verrà confiscata. La ragazza si appresta così ad una ricerca del padre, un viaggio nel freddo e nella violenza di una regione che vive smerciando cocaina.

Daniel Woodrell, autore del romanzo da cui è tratto il film, è un maestro nel raccontare il degrado familiare e sociale negli ambienti più spietati e dimenticati degli Stati Uniti. Oltre a Un gelido inverno ha pubblicato anche Uno strano destino e Io e Glenda, entrambi editi in Italia da Fanucci Editore.

Di seguito l’intervista realizzata da NewNotizie.it con Daniel Woodrell.

Molto spesso i film tratti dai libri si rivelano un’esperienza deludente per i lettori, figuriamoci per gli scrittori. Un gelido inverno arriverà nelle sale cinematografiche italiane dal prossimo 18 febbraio, anticipato da ben quattro candidature agli Oscar e 7 nomination per gli Independent Spirit Awards. A lei il film come è sembrato?

Entrambi i film realizzati dai miei romanzi sono stati degli adattamenti molto fedeli. Mi piace e rispetto molto il film di Un gelido inverno, e sono ancora sbalordito per la straordinaria accoglienza che ha ricevuto da parte della critica.

Non è la prima volta che un suo romanzo viene adattato al cinema. Woe to live on è infatti stato portato sul grande schermo da Ang Lee nel 1999, con la pellicola Ride with the devil. Pensa che ciò dipenda dal fatto che i suoi romanzi sembrano prestarsi perfettamente alla cinepresa? In tal caso ha mai pensato di dedicarsi lei stesso alla regia o alla sceneggiatura di un film tratto da un suo romanzo?

Penso di essere uno scrittore visivo – faccio questo, creo scene – e ciò si presta molto ad un film, sebbene io non scriva con la speranza di attrarre l’interesse della pellicola. Ammiro e apprezzo la bravura dei registi e degli sceneggiatori, ma non mi piace molto l’ambiente del mondo dei film. Se potessi girare dei film senza dover essere circondato dalla gente di questo ambiente probabilmente lo farei, ma non posso, quindi dubito che lo farò.

Ha ambientato molti suoi romanzi nell’Ozarks Missouri, la terra in cui è nato. Questo legame così profondo con i suoi luoghi d’origine in che modo si proietta sulle sue opere e come influisce sulla nascita delle storie o dei personaggi?

La mia famiglia è nell’Ozarks all’incirca dal 1830. E’ un sacco di tempo in America, che ti spiega quanto questo Paese sia ancora abbastanza crudo in molti posti. Il mio attaccamento è profondo, ma ho vissuto anche in diversi altri posti e ora infatti sto cercando di fare anche cose differenti come scrittore, nuovi ritmi, scenari, suoni e persone.

Lei ha definito il suo stile “country noir” ed in effetti questa definizione sembra aderire abbastanza fedelmente all’essenza delle sue opere. Da dove arriva questa sua predilezione per vicende spesso legate al disagio infantile e familiare, alla criminalità, all’alcoolismo e più in generale allo squallido e più crudo paesaggio suburbano?

“Countri noir” è un termine che ho coniato molto tempo fa, senza realizzare che mi sarebbe rimasto attaccato. In qualche modo è una buona descrizione, ciononostante io non sono schiavo delle regole del noir o di qualsiasi altra cosa, ma solo della buona narrativa. Non mi etichetto volentieri in questo modo per non limitare il mio campo di scrittura. Il pericolo di parecchie etichette è che lo scrittore possa lentamente cominciare ad accettarle nel loro inconscio e smettere così di crescere come autore. Al limite ho sempre pensato di essere più un neo-realista che uno scrittore noir, ma la terminologia conta poco. Perciò vado solamente avanti a scrivere, continuando sempre a fare qualcosa di nuovo e onesto.

Per concludere, ci sono altri progetti all’orizzonte a cui sta lavorando?

Il mio primo prossimo libro è The outlaw album, una collezione di storie tutte ambientate nell’Ozarks. È sempre difficile prevedere quale libro che farò dopo, fino a quando un’idea o un’altra prende il volo. Attualmente sto lavorando ad un romanzo che tratta la vita di un corpo della marina su un’isola ai tempi del Vietnam – alcune parti sono già state pubblicate in rete su Narrative. Spero di concludere quest’anno, benché stia lavorando anche su un romanzo a parte, una sorta di lavoro ispirato a Turgenev, Pavese, Charles Simmons ed Erri De Luca. Andrò avanti e indietro finché ci prenderò la mano oppure continuerò ad andare avanti e indietro.

Si ringraziano Daniel Woodrell e l’Ufficio Stampa della Fanucci Editore per la disponibilità.

Intervista a cura di Andrea Camillo