Sanremo 2011: Luca e Paolo danno voce alle parole di Gramsci

NELLA SERATA DEDICATA ALL’UNITA’ D’ITALIA I DUE COMICI LEGGONO IL BRANO “ODIO GLI INDIFFERENTI”; IN BASSO IL TESTO INTEGRALE

“Io odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani“. Queste parole, scritte quasi cento anni fa da Antonio Gramsci, riecheggiano ancora nel teatro Ariston di Sanremo, dopo che Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu hanno dato voce al pensiero del noto intellettuale e politico anti-fascista. Il brano, intitolato Odio gli indifferenti, è un inno a chi si schiera e allo stesso tempo un’invettiva contro gli ignavi, che fu pubblicato sul numero unico della rivista La città futura l’11 febbraio del 1917.

La scelta dei due comici di leggere questo brano, che è un palese invito a prendere posizione, non sembra casuale. Luca e Paolo erano stati accusati infatti di forzata par condicio, quando nella seconda serata del festival avevano preso come bersaglio Saviano e Santoro, solo per pareggiare i pesi sulla bilancia dopo l’ormai celebre Ti sputtanerò che vedeva protagonisti Fini e Berlusconi. Una scelta che è evidentemente stata “indotta” dall’alto, e che non è scesa a molti; considerato anche che lo sketch incriminato, essendo palesemente costruito ad hoc, è costato ai due comici soprattutto in termini di freschezza e spontaneità.

La lettura del brano di Gramsci – seguito poi da un piccolo omaggio a Giorgio Gaber – può essere interpretato dunque come un messaggio implicito, dedicato a chi ha orecchie per intendere. Ne riportiamo di seguito il testo integrale, ricordando che Luca e Paolo, per probabili esigenze di tempo, hanno escluso dalla lettura l’ultimo capoverso.

ODIO GLI INDIFFERENTI

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

(Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917)

Roberto Del Bove