Gibuti, proteste contro il presidente Guelleh: scontri con la polizia

Gibuti, 19 febbraio. Il Maghreb in rivolta. Dopo Egitto, Tunisia, Libia, Bahrein e Yemen, si accende la protesta anche nella Repubblica dello Gibuti, un piccolo stato del nord-est africano abitato da circa 500mila persone. Scontri tra poliziotti e manifestanti che chiedono le dimissioni del presidente Ismail Omar Guelleh, in carica da 12 anni. Fame, povertà, corruzione e traffico di droga impazzano nel Paese, ma le autorità sono incapaci di fronteggiare tutte le necessità.

Le proteste sono cominciate ieri nella capitale Gibuti, intorno allo stadio Gouled, dove si erano radunate dal migliaia di manifestanti. Dura repressione da parte delle autorità che hanno lanciato gas lacrimogeni nel tentativo di disperdere i facinorosi. I manifestanti hanno dichiarato che non abbandoneranno le piazze finché non sarà caduto il regime di Guelleh.

Automobili date alle fiamme e sassaiole in altre zone della città al grido di “fuori Guelleh”. I principali scontri sono in corso nel sobborgo di Balbala, non lontano da un ospedale italiano. I poliziotti, in tenuta anti-sommossa, sorvegliano notte e giorno gli obiettivi sensibili e i palazzi governativi. La radio e la tv pubblica, sotto stretto controllo governativo, nei rispettivi servizi non hanno nemmeno riferito dell’esistenza di manifestazioni o di scontri con la polizia.

Il ministro dell’Interno Yacin Elmi Bouh ha condannato le violenze, accusando l’opposizione di aver aizzato le proteste per “prendere il potere con la forza”. Non ha tardato ad arrivare la risposta del leader dell’opposizione Hawa Abille: Il popolo è stanco di questo regime dittatoriale. La nostra libertà è nelle nostre mani: non ci fermeremo finché i nostri sogni non diverranno realtà”.

Tunisia ed Egitto hanno scatenato le proteste in tutto il continente nord africano. Decisiva la ribellione scoppiata nello Yemen, che dista appena 20 km via mare da Gibuti, nella scorsa settimana. Le difficili condizioni di vivibilità e i regimi autocratici che regnano in molti stati hanno sostenuto numerose proteste panarabiche. Come 60 anni fa, quando il presidente egiziano Nasser spingeva per l’indipendenza degli stati vicini, la consapevolezza di vivere nell’oppressione sta coalizzando i popoli africani. L’esito delle proteste perciò non è affatto scontato.

Emanuele Ballacci