Libia, la reazione di Gheddafi: Internet è stato bloccato

La tv araba Al Arabiya sembra non avere dubbi: Muhammar Gheddafi, presidente della Libia, ha bloccato la rete Internet.

Troppi precedenti, tutti recentissimi, per non trarne una lezione degna di una rivisitazione de Il Principe di Niccolò Macchiavelli, in chiave contemporanea.

E se il trattato cinquecentesco avvertiva  il capo di governo che «sul terreno della prassi politica ciò che talora è qualità, altre volte può essere vizio. Il vizio adoperato per difendere lo stato risponde ad un’esigenza collettiva. Le virtù morali usate a sproposito risultano causa di ruina», nel 2011, messe definitivamente da parte le presunti qualità morali – dopo cinquecento anni, volete che non ci si sia perfezionati? – uno dei compiti principali per i principi odierni è quello di arginare l’informazione. Chiaramente per «un’esigenza collettiva».

E informazione, ai giorni nostri, significa soprattutto Internet.

La Rete già protagonista delle proteste in Iran di qualche anno fa, negli ultimi mesi è stata al centro delle vicende socio-politiche che hanno interessato diverse nazioni nordafricane: Tunisia, Algeria, Egitto, Yemen, tutti hanno avuto nel web uno dei mezzi per diffondere le ultime notizie, organizzare le manifestazioni di protesta, rivendicare le proprie posizioni raggirando le restrizioni poste sui media ufficiali.

E gli effetti si sono visti: milioni di persone sono scese in piazza, puntuali, materializzando così l’impegno assunto in un primo momento nel mondo del virtuale.

Ma Gheddafi, il cui regime in questi giorni ha portato all‘uccisione di decine di manifestanti, vuole giocare d’anticipo e così, con l’obiettivo di evitare che le proteste dilaghino e che la comunicazione sopraffaccia la volontà del governo, ha deciso di chiudere il rubinetto della libertà, interrompendo a tutti gli effetti il collegamento a Internet in vaste zone della Libia.

Ma basterà? O servirà soltanto a far montare le proteste e l’esasperazione di chi pretende, senza se e senza ma, che le cose cambino. Perché i tempi sono pronti affinché la democrazia prenda il posto dei principi.

Simone Olivelli