Il papiro di Artemidoro? È un falso!

Per i filologi e per tutti coloro che lavorano nell’ambito dello studio di frammenti e testimonianze antiche, è facile imbattersi in opere false, ma non è altrettanto semplice smascherarle. Effettivamente non erano molti coloro che sostenevano il fatto che il papiro di Artemidoro fosse una testimonianza autentica, che risalisse proprio al celebre geografo originario dell’ Asia Minore che visse all’incirca nel secolo immediatamente successivo alla morte di Cristo. Fra i pochi sostenitori dell’autenticità del papiro di Artemidoro, vale la pena ricordare Salvatore Settis e Claudio Gallazzi, che hanno subito, come tutti noi, un’interessante notizia giunta da poco dalla Russia. Nell’ Archivio di Stato di San Pietroburgo è conservato un documento che sarebbe servito per attestare il fatto che l’ imponente documento non è attribuibile all’antico geografo, ma che può essere direttamente ricondotto a Costantino Simonidis. Il nome di quest’ultimo è decisamente noto alle orecchie degli addetti ai lavori, poiché non è affatto la prima volta che ci si ritrova ad avere a che fare con le sue “burle”, che sono sempre molto ben riuscite. Costantino Simonidis fu un falsario vissuto nel diciannovesimo secolo. Lo faceva per denaro? Sicuramente, ma non solo. C’è chi, come lo studioso Jacob Burckhardt, attribuisce a Simonidis una sorta di “volontà virtuosa”, che lo avrebbe spinto a divertirsi nell’impresa della falsificazione di documenti dell’antichità greca per motivi ben più profondi rispetto ad una seppur evidente sete di denaro.
Il filologo Luciano Canfora attribuiva da tempo il papiro di Artemidoro a Costantino Simonidis. Le “prove a carico” di Simonidis erano, effettivamente, notevoli. Il documento, recentemente rinvenuto e conservato nella fredda San Pietroburgo, è una lista di ottantuno titoli di scrittori greco-antichi redatta dal temerario pungo del celebre falsario nella metà del diciannovesimo secolo. Simonidis usò, a suo tempo, tale documento per richiedere la pubblicazione di almeno alcuni dei propri falsi.

Martina Cesaretti