Libia, La Russa: Nel sud trenta italiani senza viveri. Dobbiamo rimpatriarli

La situazione libica continua a essere sempre più incandescente con il leader, Muammar Gheddafi, che sembra non voler cedere all’evidenza delle proteste e, nonostante alcune fonti lo diano ormai asserragliato all’interno di un bunker sotterraneo, continua a sperare di riuscire a reprimere definitivamente quelli che qualche giorno ha identificato come dei «ratti drogati».

La questione politica in Libia, ormai da giorni, è al centro delle politiche internazionali di tantissimi stati, confinanti o meno geograficamente, guardano con molta attenzione agli sviluppi nel paese nordafricano.

Tra i tanti, l’Italia è forse quello che sta più in allerta e i motivi per esserlo sono molti.

Il nostro paese ha instaurato nel corso degli anni, ma anche in un passato recentissimo, numerosi accordi economici con il regime guidato dal colonnello Gheddafi – leader della Libia sin dal 1969, quando con un colpo di stato spodestò il re Idris – che, qualora dovesse verificarsi quello che in molto oramai prevedono come quasi certo, ovvero la caduta dell’attuale governo, bisognerà rivedere e, probabilmente, tornare a trattare con chi sostituirà il Rais.

Ma i problemi più imminenti per l’Italia saranno rappresentati dall’immigrazione clandestina che ha già fatto allarmare tanti esponenti del governo, tra cui il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che negli ultimi giorni ha previsto «esodi dalle proporzioni bibliche».

La questione libica incute timore anche per la presenza sul suolo nordafricano di numerosi cittadini italiani. Nello specifico, La Russa nelle ultime ore ha avvertito delle condizioni pericolose in cui si troverebbero a vivere circa trenta italiani nel sud della Libia.

Il ministro ha dichiarato all’Ansa «che nel sud est della Libia ci sono italiani che hanno finito i viveri» per poi comunque assicurare l’impegno del governo affinché tutto si risolvi per il meglio: «Li recupereremo. Abbiamo già predisposto l’intervento militare per raggiungere i nostri connazionali e attendo solo il via libera della Farnesina. Non voglio, infatti, decidere da solo. La mia prima preoccupazione è il recupero di tutti gli italiani che si trovano in quelle zone».

Simone Olivelli