Torino: i cinque candidati. Torna l’incubo delle primarie

Piero Fassino e Davide Gariglio. Alla vigilia delle primarie di Torino sembrano essere questi due i veri contendenti alla vittoria finale per la candidatura a sindaco nelle prossime amministrative del 15 e 16 Maggio. Una sfida che si giocherà soprattutto sull’affluenza ai gazebo dei torinesi: i sondaggi dicono che se si supereranno i 34 mila partecipanti Gariglio, cattolico cresciuto nella vecchia Dc, perderà la sua sfida; al di sotto di quella soglia, invece, il “rinnovatore” (come lo ha definito Fassino, non senza una punta di polemica) avrebbe ottime chance di rappresentare il Pd nella prossima corsa alle comunali.

Una sfida nella quale il sindaco uscente Chiamparino ha già indicato il suo successore: l’ex ministro, il 61enne emerso dalle ceneri del vecchio Pc, sarebbe l’erede ideale per la guida di una città come Torino. Una sfida che ha anche altri tre partecipanti, tre candidati di coalizione come l’assessore al Bilancio Gian Guido Passoni, il medico radicale Silvio Viale e Michele Curto, personalità che rappresenta l’associazionismo di base.

Una vigilia di primarie che sulle spalle ha già il peso di un’altra sfida per il Partito Democratico: quella di restare vincente in una parte d’Italia che vede sempre più l’avanzata della Lega come ad un vento di rinnovamento concreto, quasi rozzo nella sua concretezza. E’ forse per questo che i poteri forti, tempo fa, si erano già rifugiati dietro il nome che poteva apparire il più scontato, se non altro perché il più rassicurante secondo le logiche di palazzo: “Che cosa vogliono i torinesi? Un candidato ce l’hanno già” sentenziava Massimo D’Alema, alludendo a quel Piero Fassino che aveva iniziato la sua carriera politica negli anni ’80 proprio nel Pci torinese. “In un momento difficile serve un sindaco che abbia esperienza politica”, gli fa eco Chiamparino.

Tutto logico sulla carta. Ma il fenomeno primarie hanno già ampiamente dimostrato che l’incognita ha da subito rappresentato l’elemento che le ha rese pericolose, spesso autolesioniste. Un procedimento tanto indomabile da dover essere riformato (e controllato) ad ogni costo. Sull’incognita che pesa domani a Torino, resta ancora una volta la vera, intima e attualissima ossessione del Pd. Quella che ha espresso oggi il segretario Bersani nell’intervista a La Stampa: “Facciamo vedere a Berlusconi con una grande giornata di impegno che c’è un altro modo di fare politica rispetto a quello padronale.” Un refrain che inizia a sembrare già desueto. Una sorta di toppa per mascherare l’assenza di una direzione unitaria che, per una volta, possa trovare già in partenza il consenso di un elettorato democratico sempre più frastornato.

Cristiano Marti