Scuola pubblica, Cesare Romiti: “Berlusconi sbaglia”

Non si arresta la polemica politica in merito alle parole pronunciate dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sui giovani e sulla scuola pubblica. Va all’attacco del premier anche Cesare Romiti, l’ex  amministratore delegato di Fiat e, oggi, presidente della Fondazione Italia-Cina. Intervistato da Sky Tg24, Romiti punta il dito anche contro la politica editoriale del Cavaliere e contro l’incerta presa di posizione del nostro Paese in merito alle gravi vicende libiche.

“Il presidente del Consiglio, se è convinto dell’inutilità della scuola pubblica, uscendo dalla sede dove ha fatto queste affermazioni, doveva chiamare il ministro della Pubblica istruzione e costringerla a dimettersi”, dichiara senza mezzi termini Romiti. “Berlusconi non ha fatto un’affermazione vera, perché la maggioranza degli insegnanti ha pochi mezzi, guadagna pochissimo, eppure le famiglie amano maestri e maestre di scuola elementare”. Gli insegnanti, continua Romiti, “ci mettono molta abnegazione e amore. Si sacrificano”.

Quanto ai giovani, “hanno una sensibilità grandissima. Quando qualcosa non va lo dovrebbero dire. Oggi abbiamo perso un sentimento che è quello della vergogna. Non ci vergognamo più. I giovani devono intervenire. Giovani svegliatevi“, ammonisce l’ex amministratore delegato dell’azienda automobilistica torinese, secondo il quale quello che dice il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a proposito della difficile situazione delle nuove generazioni “è vero” e sono “affermazioni molto sagge”. “La nostra generazione – sottolinea Romiti – ha un debito enorme rispetto alle giovani generazioni attuali. Abbiamo avuto tanto dai nostri padri e dai nostri nonni e ora non possiamo dare altrettanto ai nostri giovani. E il problema è che la situazione peggiora”.

Ma l’ex presidente di Rcs punta il dito anche contro la politica editoriale del Berlusconi imprenditore, auspicando che venga mantenuto il regime di libertà di stampa e che Mediaset non si interessi alla carta stampata sulla scorta della norma sugli incroci tra tv e stampa contenuta nel decreto milleproroghe. “Credo che sarebbe un passo ulteriore gravissimo della nostra economia e del nostro sistema di vita”, spiega Romiti, secondo il quale una tale eventualità non farebbe altro che peggiorare ancor di più il “sistema di libertà” garantito dai giornali italiani. “Vedo che c’è un pò di turbolenza, mi auguro ci sia senso dello Stato”, aggiunge.
Critiche piovono anche sul presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, al quale Romiti dice di non credere. Confolonieri ha, infatti, etichettato come “stupidaggini” le ipotesi di un ingresso dell’azienda nella proprietà di quotidiani come il ‘Corriere della sera’. “Non ci credo – ribadisce l’ex presidente di Rcs – perché quando uno fa queste dichiarazioni dietro chissà cosa ha”.
“C’è un po’ di turbolenza. Finchè sono rimasto in Rcs abbiamo fatto sì che ci fossero pochi azionisti. In pochi azionisti si governa meglio e nessuno di loro allora si era introdotto nei giornali. Oggi non è più cosi, allora facevamo diversamente”.

Infine, la delicata questione libica. “Guardo con grande preoccupazione a quello che sta succedendo in Libia – dichiara l’ex ed Fiat – La Libia ci ha fatto comodo perché ha investito in molte aziende italiane ma la politica avrebbe dovuto avere un atteggiamento diverso nei confronti della Libia. Da parte governativa, non da questo governo, siamo stati troppo accondiscendenti rispetto al Babbo Natale del deserto”. “Avremmo dovuto mantenere più dignità e difendere meglio le nostre aziende”, ricorda Romiti, che proprio a proposito dei rapporti stretti tra la Libia e l’azienda torinese di cui è stato amministratore delegato, spiega: “Era un periodo difficile, era l’inizio degli anni ’70. Era un momento difficile per la Fiat e i libici si fecero avanti. Furono trattative lunghissime. Alla fine – sottolinea Romiti – proposero di partecipare all’aumento di capitale e di entrare nel capitale di Fiat. Ci preoccupava perché all’epoca la Libia era quello che era. Chiedemmo agli Stati Uniti che ci raccomandava di non divulgare nessuna cosa sensibile e al presidente della Repubblica italiana che allora era Carlo Azeglio Ciampi e che mi abbracciò”.
Romiti aggiunge la decisione della Libia di partecipare allora al salvataggio della nostra azienda automobilistica si spiega con il fatto che all’epoca “la Libia era talmente screditata che il fatto di fare un’operazione capitalistica e comportarsi bene gli permetteva di riacquistare un’autorevolezza nel mondo”.