The Killer inside me – L’intervista a Winterbottom

In occasione della ventesima edizione del Courmayeur noir in festival, la piccola cittadina ha avuto l’onore di vantare fra i suoi ospiti il famoso Michael Winterbottom che ha presentato il suo ultimo lavoro, il film The killer inside me.

Il regista inglese ha diretto ben diciotto opere in quindici anni. Winterbottom ha iniziato la sua carriera lavorando per la tv britannica prima di dedicarsi prevalentemente al cinema. Tre dei suoi film – Welcome to SarajevoWonderland24 Hour Party People – sono stati nominati alla Palma d’oro al festival del cinema di Cannes.

The killer inside me è un film tratto dall’omonimo libro di Jim Thompson del 1952, che racconta la storia di un uomo psicologicamente instabile. Lou è il vicesceriffo di una piccola città del Texas, rispettato e stimato da tutta la comunità. Due omicidi scuotono la tranquillità del paese e tutti i cittadini sperano che Lou riesca a ristabilire l’equilibrio. Altre morti seguono a quelle già citate e con il tempo tutti si rendono conto che il vicesceriffo ha in qualche modo a che fare con gli omicidi. Fin dall’inizio appare evidente allo spettatore che Lou è un personaggio molto complesso, profondamente turbato da traumi infantili che nel corso del film si evolvono nell’inconscio del personaggio trascinandolo in un crescente vortice di distruzione e autodistruzione.

Ecco le dichiarazioni rilasciate da Michael Winterbottom in occasione di una nostra intervista:

I: Come prima cosa vorrei chiederle quando ha letto per la prima volta un libro di Jim Thompson?

W: Un libro di Jim Thompson? Oh, bella domanda! Probabilmente è stato quando avevo appena 20 anni, tanto tempo fa dunque… Ma devo confessare che ho letto The Killer inside me poco prima di fare il film.
I: E ha subito pensato che sarebbe stato un ottimo soggetto?
W: Sì subito. Inizialmente in realtà avevo intenzione di adattare per il cinema un romanzo di David Goodis, uno scrittore noir degli anni ‘50 che ha uno stile molto simile a quello di Jim Thompson. Dal libro era già stato tratto un film Tirate sul pianista diretto da Truffaut ,che ho adorato. È un grande film e volevo rifarlo in inglese e ambientarlo in Inghilterra ai giorni nostri, ma ci sono stati dei problemi con il copyright. Ed è così che mi sono avvicinato al libro di Jim Thompson.
I: Quindi è stata una sua idea quella di fare un film tratto dal libro di Jim Thompson o glielo ha consigliato qualcuno?
W: No, dopo aver scoperto che non avrei potuto fare il remake del film di Truffaut, mi hanno consigliato di leggere The Killer inside me. Poi sono venuto a sapere che un produttore americano aveva comprato i diritti del libro da 14 anni e che stava cercando qualcuno che lo realizzasse. Abbiamo lavorato sulla sceneggiatura cercando di essere il più fedeli possibile al libro e infatti nei dialoghi del film sono riportate a volte esattamente le parole del libro.

I: Il film rivela un grande Casey Affleck, ha sempre pensato a lui come protagonista?

W: Lui è stato da sempre la nostra prima scelta. La parte di Lou era quella più impegnativa perché è una figura presente costantemente nel film e Casey era perfetto per quel ruolo. Praticamente si potrebbe definire il film di Casey.
I: Quando ha pensato al personaggio di Lou non ha avuto paura che la gente lo avrebbe odiato?
W: In realtà no..ma forse avrei dovuto! Quello che penso è che in fondo quando la gente viene a vedere questo film sia consapevole che si tratta di un film noir e che quindi inevitabilmente ci sarà un killer. Quando ho letto The Killer inside me sono rimasto un po’ scioccato dalla presenza di sesso e violenza nel libro anche perché è stato scritto negli anni ’50. Ma alla fine il romanzo è intriso di tenerezza. Lou non uccide a caso, le sue vittime sono le persone che lo amano incondizionatamente, come Joyce e Amy. Fa del male a loro perché vuole distruggere se stesso.
I: Infatti nel film c’è molta violenza e una forte sessualità, crede che questo possa creare dei problemi di censura?
W: No, credo di no. Ci sono state molte critiche. Però il film non vuole parlare di abusi domestici, la violenza è il mezzo che il personaggio utilizza per l’autodistruzione.
I: Si è ispirato a qualche film già esistente per la realizzazione di The Killer inside me?
W: No, ho letto il libro e dopo ho scoperto che esisteva già un adattamento cinematografico di Burt Kennedy del 1976, ma ho deciso di non guardarlo perché non volevo essere influenzato. Il mio scopo non era fare un remake. Piuttosto mi sono sentito ispirato dai luoghi reali, quelli in cui poi abbiamo deciso di girare. Una delle cose che mi ha colpito di più rispetto all’Inghilterra è che in America, soprattutto in Texas, la prigione è nel cuore della città. La dicotomia sceriffo – criminale è molto sentita. Credo non ci fosse ambientazione migliore per il film.
I: Come mai ha scelto di accostare la musica folk a quella classica?

W: Ho scelto questi due generi per rappresentare il conflitto interno a Lou. La musica classica è presente quando viene rappresentato l’inconscio del personaggio, quando ricorda suo padre e i suoi traumi infantili. Quando Lou mette la maschera per rapportarsi con gli altri, invece, abbiamo la musica folk.

I: Ha altri progetti per il futuro?
W: Sì. Dal 2007 lavoro ad un film che credo sarà ultimato nel 2012, Seven Days. È un film incentrato sul sistema carcerario inglese, a metà tra la fiction e il documentario, che racconta i sentimenti di un recluso e i rapporti con i suoi familiari.

Veronica Tarantini e Alessia Gasparella