Yemen: la “giornata della rabbia” fa tremare Saleh

La “giornata della rabbia”. E’ ancora questo il marchio a fuoco delle rivolte nel mondo arabo. Ed è all’insegna di questa evocazione che oggi a Sana’a si sono riversate in strada decine di migliaia di persone: tanta rabbia per le 24 persone uccise durante le manifestazioni dei giorni scorsi. Tanta rabbia nel chiedere le dimissioni immediate del presidente Saleh. E soprattutto un sentimento di frustrazione collettiva, in un Paese nel quale la corruzione ed il malgoverno hanno ridotto il 40% della popolazione a vivere con meno di 2 dollari al giorno.

Una situazione sempre più critica anche per lo stesso Presidente, che nelle ultime ore ha cercato, in un incontro, di riottenere il sostegno di capi tribù e di esercito. Difficile però riuscire a recuperare una situazione di pace. Soprattutto con le risorse idriche che iniziano a scarseggiare ed il petrolio in via di esaurimento.

E’ così che in mattinata il sito di informazione locale Al Masdar ha annunciato l’arrivo nella capitale di migliaia di manifestanti, oltre ad altre proteste organizzate in altre città come Taiz (a sud di Sana’a) e Ibb (nel nord del Paese). L’attenzione è comunque tutta concentrata a Sana’a: gli oppositori al regime hanno invaso le principali strade della città, per raggiungere la piazza vicina all’Università, dove da una settimana sono accampati in segno di protesta studenti e yemeniti filo democratici. “La gente vuole mandare a casa Ali Abdullah Saleh. Il popolo vuole rovesciare il regime.

A queste urla di protesta il Presidente ha risposto con pesanti accuse riprese subito da Al Jazeera: “Non sarebbero in grado di governare nemmeno per una settimana – ha detto riferendosi ai manifestanti ed alle opposizioni -. Lo Yemen verrebbe diviso in quattro parti da coloro che cavalcano un’ondata di stupidità”. Una stupidità dalla quale emergerebbe un popolo manovrato da Israele e Stati Uniti, le due eminenze grigie delle rivolte arabe.

Le manifestazioni non erano programmate e non sono ideologiche – rispondeva ieri su Repubblica lo storico francese Olivier Roy -. Non hanno dietro alle spalle leader, né partiti, né agende politiche. Vogliono una sola cosa: la democrazia.” E di uno dei massimi esperti di Islam in Europa, magari bisogna iniziare a fidarsi.

Cristiano Marti