‘Mucca pazza, dieci anni dopo’: italiani più attenti, qualità e boom dei prodotti tipici

L’emergenza ‘mucca pazza’ ha stimolato una maggiore attenzione verso la qualità del cibo a tavola. Se oggi trionfa il biologico e si registra un boom dei prodotti tipici con aumenti di vendite del 650% in dieci anni, si deve proprio alla lezione impartita dieci anni fa da quell’emergenza sulla sicurezza alimentare, che fece crollare i consumi di carne e costò 2 miliardi di perdite a produttori e commercianti di bistecche e annessi”. E’ la sintesi di ciò che è emerso nel corso dell’incontro ‘Mucca pazza, dieci anni dopo’, promosso dalla Coldiretti e dalla Fondazione Univerde.

Secondo quanto detto durante il confronto, la conseguente voglia di maggiore sicurezza a tavola ha modificato i menu: la messa al bando di frattaglie e intestini di bovino ha di fatto portato alla sparizione della pajata romana tradizionale e modificato piatti come il risotto alla milanese. Ora vanno per la maggiore gli hamburger di qualità di carne italiana e, in particolare, di razze pregiate come la chianina.

Stando ad un’indagine per Eurobarometro resa nota dalla Coldiretti, l‘86% degli italiani è oggi preoccupato della sicurezza del cibo, al quale viene addirittura associato un rischio potenziale superiore a quello di un incidente in macchina o delle malattie.

Inoltre, afferma una ricerca Ipr per Coldiretti, nella scelta del canale di acquisto, il 74% ha fiducia nei coltivatori diretti e il 72% negli iper e super mercati, mentre è minore l’affidamento ai negozi di quartiere e mercati rionali. Il 90% dei consumatori legge le etichette, ma solo il 37% è soddisfatto della loro completezza.

“La mucca pazza è stata uno spartiacque tra un modello di sviluppo dell’agroalimentare rivolto solo al contenimento dei costi ed uno attento alla qualità, all’ambiente ed alla sicurezza alimentare, che ha permesso all’Italia di conquistare la leadership in Europa”. A sostenerlo è il presidente della Coldiretti, Sergio Marini.

<<Dopo dieci anni – si legge ancora in un comunicato della maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana – la Bse è di fatto scomparsa dagli allevamenti italiani per l’efficacia delle misure adottate per far fronte all’emergenza, come il monitoraggio di tutti gli animali macellati di età a rischio, il divieto dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio Bse dalla catena alimentare. Inoltre, la mucca pazza ha determinato un deciso cambiamento dell’allevamento italiano e salvato un patrimonio di razze bovine Made in Italy, dalla chianina alla maremmana, destinato altrimenti a scomparire>>.

Per il presidente della Fondazione Univerde ed ex ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, “la Bse ha segnato la fine di un modello intensivo e altamente dissennato di agricoltura iperindustrialista. E’ da lì che si è diffuso l’approccio dell’agricoltura a chilometro zero, della tracciabilità e della filiera corta. Ora il passo da fare in più è un’etichettatura obbligatoria e chiara con la provenienza dei prodotti e una maggiore attenzione ai controlli, in particolare alle frontiere”.

Gli fa eco il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti: “L’informazione è un diritto naturale dei consumatori, soprattutto in un settore delicato come l’alimentazione, e trovo incomprensibili le resistenze europee all’etichettatura”.

Quella relativa all’emergenza mucca pazza sembra, quindi, una vicenda volta al termine. “Siamo arrivati alla fase finale della completa eradicazione della malattia in Europa”, ha spiegato all’Ansa Paola Testori Coggi, direttore generale per la salute alla Commissione europea. “Non c’è rischio per l’uomo derivante dal consumo di carne” ha aggiunto. “Nel caso della mucca pazza, quello che può ancora succedere sono casi contratti più di 10 anni fa, prima che entrassero in vigore la misure rigorose di prevenzione e i controlli applicati nell’ultimo decennio, in quanto l’incubazione della malattia è purtroppo molto lunga”.

In conclusione, secondo Testori Coggi, “ora possiamo iniziare a guardare, sulla base di una nuova valutazione scientifica, quali delle misure di prevenzione in vigore possono essere riviste. Ad esempio: riducendo ulteriormente sugli animali il numero dei test post mortem e rivedendo il divieto delle farine di origine animale, mantenendolo però in vigore per i ruminanti”.

Mauro Sedda