D’Alema e gli altri sulla riforma della giustizia

Una riforma “epocale”: così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in collegamento telefonico con una manifestazione di pidiellini, aveva definito qualche giorno fa il provvedimento sulla giustizia approvato oggi in Cdm. Un disegno di legge che il Cavaliere ha assicurato essere nell’interesse di tutti i cittadini e che – ha precisato – “desideravo dal 1994”, anno della sua discesa nell’arena della politica.

Per ora di “epocale” pare esserci solo il malcontento di buona parte dell’opposizione (e non solo), che ha già consegnato dichiarazioni al vetriolo sul testo targato Angelino Alfano. “E’ difficile aprire qualsiasi discussione seria sulla giustizia – ha commentato Massimo D’Alema – se non è preceduta dalle dimissioni di Berlusconi. In questi anni Berlusconi è stato il principale ostacolo a qualsiasi riforma della giustizia perché – ha spiegato il presidente del Copasir a margine di un convegno sulla Cina – gli manca la condizione di terzietà che è il fondamento dell’autorevolezza della politica, senza la quale è impossibile qualsiasi riforma”.

“Una seria riforma della giustizia – ha continuato il dirigente del Pd – dovrebbe partire da misure che la rendano più efficace e rapida e non da misure ordinamentali e costituzionali. Questo tipo di riforme non possono essere volte a limitare l’autonomia dei magistrati o a mettere paletti e inoltre – ha notato D’Alema – c’è un problema fondamentale di credibilità: ogni discussione sulla giustizia è viziata dalla condizione del presidente del Consigli che – ha rincarato – rende scarsamente credibile la fonte della proposta”.

Più o meno quanto pensa il segretario nazionale del suo partito: “Si butterà la palla avanti per due anni con una discussione a vuoto su una riforma costituzionale – ha osservato Pier Luigi Bersani – mentre i problemi della giustizia sono completamente dimenticati e il servizio giudiziario non sta funzionando. L’Italia è inchiodata sulle priorità politiche e personali di Berlusconi, mai su quelle vere della gente”.

E scarso entusiasmo pare possa cogliersi anche tra i terzopolisti: “Una riforma siffatta – ha dichiarato il finiano Fabio Granata – non può trovare il consenso di una destra repubblicana e legalitaria che ha nel suo pantheon Paolo Borsellino, un grande pm e un grande giudice. Sulla riforma della giustizia si discuterà in sede parlamentare – ha continuato l’esponente di Fli – mi sembra però che presentarla, da parte del premier, sostenendo che se fosse stata vigente non ci sarebbe stata Mani Pulite e che il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l’appuntamento e battere con il cappello in mano – ha concluso – non sia un buon inizio“.

Pollice verso anche da parte della Federazione della sinistra: “La pseudo riforma licenziata dal Consiglio dei Ministri sulla giustizia – ha commentato il portavoce nazionale Oliviero Diliberto – non è altro che un’ennesima legge ad personam, scritta sotto diretta dettatura di un premier oramai disperato“.

Maria Saporito