New Notizie all’Estragon di Bologna per la prima data italiana dei Mogwai

Mogwai, Estragon 9 marzo 2011_Newnotizie credits Gabriele MariottiSuccede spesso che un appassionato di post-rock si senta chiedere  in cosa consista questo genere, uno dei meno popolari nel panorama culturale italiano. Per l’italiano medio, infatti, è ancora difficile immaginarsi un concerto che ha nella contemplazione quasi liturgica, la sua ritualità più caratterizzante.

Non c’è spazio per il pogo e per scene di isteria di massa che caratterizzano la maggior parte dei concerti nazional-popolari, quello di post-rock è un concetto quasi antitetico a quello di musica da consumo e svago, visto che ci vuole un certo impegno per apprezzarne i vari aspetti del prodotto. Chi fa post-rock corre il rischio che la nicchia così ristretta dei cultori del genere non porti acqua al pur importante mulino del profitto.

I Mogwai, in Italia per promuovere la loro ultima fatica, Hardcore Will Never Die, But You Will hanno risolto brillantemente questo enigma portando una ventata di freschezza pop nelle loro ultime produzioni. Freschezza che non significa necessariamente novità, ma che comunque contribuisce a creare un prodotto più appetibile.

La data di Bologna si apre con White Noise, pezzo-ouverture in scaletta pressoché in tutte le date del tour promozionale, manifesto delle influenze e sonorità diverse che portano la band in direzione più space/dream-pop, differenziandola dalle ballate post-rock pure che hanno reso famosa la frontline anglosassone. Il concerto nel suo complesso sembra un puzzle nel quale  il pubblico tutto può trovare il pezzo più adatto al suo gusto personale, ed entrare nell’armonia delle chitarre di John Cummings e Stuart Braithwaite, anch’esse talvolta chete, talvolta vivaci a seconda dell’interpretazione, mai moleste, come da tradizione, anche nell’esecuzione di pezzi “rock” come George Square Thatcher Death Party o San Pedro. I Mogwai dimostrano quindi di saper spaziare tra i vari generi interpretati con una certa disinvoltura. Anche i sintetizzatori che aprono a influenze elettroniche sembrano sposarsi, senza troppa difficoltà, con una tradizione post-rock, solo teoricamente poco conciliabile.

Essendo un tour promozionale, il gruppo dà ampio spazio all’ultimo album attingendo da qui quasi tutte le tracce e rispolverando qua e là i grandi classici del loro passato, come Friend Of The Night o Hunted By A Freak. In queste occasioni il pubblico dei più affezionati si lascia andare a qualche manifestazione di particolare approvazione che, poco dopo, lascia però spazio ad una più consona contemplazione intima della ballata. Ed è qui, durante la rivisitazione dei fasti del passato, che Dominic Aitchison, nella sua immobilità tipica da musicista post-rock, domina il palco dell’Estragon col suo basso.

Poche le parole tra un pezzo e l’altro, nessuna frase ad effetto per scaldare il pubblico ed un puntuale “grazie” alla fine di ogni pezzo per omaggiare una platea numerosa, ripagata dalla band con il classico encore di fine concerto. Un’accoppiata di due pezzi antitetici, uno appartenente a uno dei primi Ep della band, uno dell’ultimo album, quasi a voler sintetizzare nell’ultima mezz’ora di concerto l’alfa e l’omega. Mexican Grand Prix precede così My Father, My King, pezzo di chiusura che riassume tutto il live e lo ripercorre passando dalla quiete delle tastiere fino alle ruvide composizioni strumentali che culminano nell’estasi di distorsione di fine concerto. Venti minuti di allucinazione sonora per salutare degnamente il pubblico italiano dell’Estragon che, nonostante la sua proverbiale eterogeneità, ha saputo apprezzare la band scozzese, anche grazie alle nuove sperimentazioni che li hanno avvicinati al grande pubblico.

Gabriele Mariotti