Yemen, ucciso un dodicenne. L’opposizione: manifesteremo fino alle dimissioni di Saleh

Due giorni fa Alì Abdullah Saleh aveva promesso ai cittadini una nuova Costituzione entro la fine dell’anno. Un progetto di riforma che avrebbe previsto la creazione di un Governo di unità nazionale nel quale il Presidente avrebbe voluto includere anche l’opposizione. “Troppo tardi” è stata la risposta dei suoi avversari politici. Il popolo vuole altro: dimissioni immediate di Saleh. E quindi, aveva incitato l’opposizione, le proteste continueranno.

Due giorni fa le agenzie parlavano di manifestazioni che continuavano a propagarsi per tutte le città dello Yemen. Come quella di oggi a Mukalla, città nel sud est del Paese, dove durante un corteo di un centinaio di persone è stato ucciso uno studente di dodici anni, colpito da un proiettile sparato dalla polizia. Si continua a morire anche a Sana’a, la capitale, dove due manifestanti hanno perso la vita sotto il fuoco di un cecchino. Il luogo degli scontri è sempre lo stesso, la piazza dell’Università dove i dimostranti sono accampati da giorni. Un’altra mattinata di scontri con la polizia dove, oltre alle due vittime ci sarebbero stati oltre 300 feriti.

Un bilancio amaro che continua a salire di ora in ora, reso ancora più drammatico dalle parole pronunciate ieri da Saleh, il quale garantiva che le richieste dei giovani, “il futuro del Paese”, sono state recepite. Un discorso che ha reso ancora più agghiacciante la morte del dodicenne di Mukalla durante una manifestazione alla quale avevano aderito molti giovani studenti. E’ questa l’icona più chiara della situazione nello Yemen. Una rottura fra popolo e Governo che non può essere risanata nemmeno dalle più confortanti promesse.

Sono le stesse parole di Mohammed Qathan, portavoce dell’opposizione, a chiarire il punto della situazione nel Paese: “È come se qualcuno – dichiara riferendosi a Saleh – cercasse di segnare un gol da dietro la rete… qualunque cosa egli faccia è inutile”. Ancora più esplicito Khaled Al Anesi, difensore dei diritti umani: “Gli Yemeniti non accettano ciò che il Presidente dice oggi. Troppi manifestanti sono morti e il Presidente non può trattare tutto ciò come una tempesta che passerà. La gente continua a protestare e continuerà a chiedere le sue dimissioni fino a quando non lascerà”.

Cristiano Marti