Gemelline: la polizia svizzera si difende dalle accuse

Dopo quasi quarantacinque giorni dalla loro scomparsa, non si sa ancora nulla di Alessia e Livia, le due gemelline svizzere di appena sei anni.

In attesa che dagli Stati Uniti giungano novità sui resti del navigatore satellitare di Matthias Schepp, il padre suicida delle bambine, strumento ritrovato nei giorni scorsi presso la stazione ferroviaria di Cerignola, ovvero nel luogo dove l’ingegnere svizzero si è tolto la vita, e che si riesca a capire se i pezzi del nastro del registratore vocale utilizzato dall’uomo potranno essere analizzati, a tenere banco nelle ultime ore è una polemica, seppur velata, che coinvolge la polizia svizzera del cantone di Vaud, la regione da cui ha avuto inizio l’intera vicenda.

Come da tempo risaputo, le indagini coinvolgono le forze dell’ordine di ben tre nazioni: Francia, Italia e Svizzera. Ma è proprio nei confronti della condotta tenuta dalla polizia elvetica che sono stati avanzati dei dubbi, sia da parte dei familiari delle bambine che da parte di tutti coloro che seguono l’inchiesta affidandosi ai media.

Sono in tanti, infatti, a pensare che da parte svizzera le ricerche sembrano essere state condotte con troppa negligenza e soprattutto siano partite con un ritardo eccessivo.

Oggi è arrivata la risposta ufficiale da parte del comandante della polizia cantonale vodese, Jacques Antenen, che respinge al mittente qualsiasi accusa e difende a spada tratta l’operato dei suoi uomini.

Antenen ha dichiarato alla testata Le Matin: «Abbiamo fatto tutto il possibile, non è vero che ci siamo mossi in ritardo. Facciamo affidamento su un personale formato da gente esperta, con vent’anni di formazione e corsi persino all’Fbi».

Per il comandante, le polemiche sono comprensibili per via dell’emotività che avvolge la vicenda ma a tal proposito ha tenuto a sottolineare che «tutte le persone che hanno lavorato a questa inchiesta non solo hanno investito del tempo e dell’energia ma anche molte emozioni».

S. O.