Riccardo Muti e il meraviglioso “Va’ Pensiero” di protesta

COMMOZIONE E PROTESTE AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA – Il Maestro Riccardo Muti ha offerto sabato un Nabucco di Giuseppe Verdi che a detta dei presenti è stato diverso, emozionante, roboante; a balzare agli onori della cronaca però non sono i suoi (indubbi) meriti artistici, quanto più l’aura di commozione, eccitazione e protesta che ha attraversato come un fil rouge tutti i presenti, dal cast artistico agli spettatori, in nome di due sole parole: Italia e Cultura. Lo spirito risorgimentale torna così a vivere – ma con piglio meno eroico e più doverosamente polemico – a pochi giorni dal 17 marzo 2011, 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Concedendo il bis sulle note del Va’ Pensiero il rinomato direttore d’orchestra – in ottima forma dopo l’operazione subita a Chicago – ha chiarito: “‘la patria sì bella e perduta’ è la patria che perde la sua cultura a causa degli ignominiosi tagli del governo: allora cantiamolo insieme”. Detto fatto. L’intera platea – sì, anche quella delle pellicce e dei gioielli – si è alzata in piedi per cantare una canzone che da alcuni malevoli strumentalizzatori è stata usata troppo spesso come simbolo di un pensiero (se così si può chiamarlo) che all’Unità del nostro paese è ben contrario.

“Alla fine del Va’ pensiero ho sentito gridare ‘Viva l’Italia’, d’istinto dal podio mi sono girato verso la platea e ho visto gruppi di persone alzarsi in ordine sparso – ha dichiarato Muti al Corriere della sera – . Finché erano tutti in piedi, anche il coro, a cantare il bis seguendo la mia richiesta. È stata un’onda crescente, per partecipazione e intensità. Un uomo di grande corporatura al centro della sala che è stato tra i primi ad alzarsi in piedi: era Gérard Depardieu. Nel nome di Verdi si è invocata la patria unita. Era come se stessi sognando, un’emozione mai provata in vita mia”. Tutto questo mentre nei palchi alti di terz’ordine sventolavano tricolori e il pubblico gettava volantini inneggianti al nostro dilaniato e troppo vituperato Paese; ma niente premeditazione da parte della direzione del teatro: si è trattato di una manifestazione spontanea.

L’omicidio della patria a cui stiamo assitendo per Muti equivale all’omicidio della nostra cultura che si sta perpetuando negli ultimi anni, e che si concretizza nei tagli alla cultura e allo spettacolo dell’attuale governo: “[…] la cultura è considerata marginale, non importante – ha aggiunto Muti al Corriere – ; questo offende sia persone che, come me, non hanno bisogno di lavorare in Italia, sia i nostri artisti che vengono visti come questuanti con la mano tesa per avere qualche spicciolo in mano. Io mi sento offeso come cittadino italiano. Gli artisti sono fondamentali, tant’è vero che la prima cosa che fanno le dittature è tappare la bocca alle menti pensanti. Non sto dicendo che da noi c’è la dittatura, ma fatta qualche eccezione come il presidente Napolitano i politici pensano che la cultura sia un passatempo inutile“. Alzi la mano chi pensa il contrario.

Roberto Del Bove