Giappone: 50 eroi contro 6 reattori nucleari

16 marzo. La lotta è impari, ma anche questo fa di loro degli eroi. Nell’impianto di Fukushima 1 , composto da 10 reattori di cui sei effettivamente funzionanti, ma solo tre attivi al momento del terremoto, sono rimaste 50 persone. Pompieri e tecnici della Tepco. A loro è affidato un compito ingrato quanto valoroso: tenere sotto controllo i sei reattori nucleari in pericolo. La metà di essi è stata danneggiata dal terremoto e dal conseguente tsunami. Al reattore tre potrebbe addirittura esserci una crepa nella gabbia di contenimento del reattore, il che significa un alto tasso di radiazioni nucleari nell’ambiente circostante.

Eppure loro rimangono lì. Le sale di controllo sono fortemente schermate, ma non è chiaro ancora il livello reale della radioattività presente. Le barre di combustibile sono rimaste esposte all’atmosfera in tre reattori, al numero quattro ieri si sono verificati due incendi. Il nocciolo di uno o due reattori potrebbe essersi inoltre parzialmente fuso. Il cinque e il sei, presso i quali ieri era stata rilevato un aumento della temperatura, oggi starebbero dando segni di surriscaldamento e il livello dell’acqua nel numero cinque si sarebbe abbassato, anche se per ora non in modo significativo.

UN AIUTO DAL CIELO:  Come preventivato nelle scorse ore, i tecnici stanno utilizzando degli elicotteri per buttare acqua sui reattori, nel tentativo di raffreddarli e di aumentare il livello della stessa all’interno delle strutture. Dal cielo però arriva anche la minaccia peggiore. I venti potrebbero portare la radioattività a decine, centinaia di km di distanza. A Tokyo vivono circa 13 milioni di persone. Più o meno dieci volte quelli di Milano. Se una significativa dose di radiazioni dovesse raggiungere la capitale del Giappone ( ipotesi per ora comunque improbabile), “l’apocalisse” di cui ha parlato Oettinger, commissario Ue per l’energia, non sarebbe più un concetto così astratto.  I reattori, nel giro di pochi giorni, salvo gravi incidenti, dovrebbero comunque raffreddarsi da soli e di conseguenza facilitare le operazioni di controllo ai 50 “guerrieri” rimasti sul posto, potenzialmente esposti ad altissimi rischi di contaminazione. Quello appena dipinto è il decorso normale, l’ipotesi per così dire, migliore,  che non è per niente detto si verifichi.

A.S.