Da Gaber a Liga, le canzoni che celebrano (nel bene e nel male) l’Italia

L’ITALIA IN MUSICA – “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”, cantava Giorgio Gaber in Io non mi sento italiano. E come lui tanti altri musicisti hanno dedicato melodie e parole agrodolci al nostro paese, che oggi compie i suoi 150 anni di età. Un rapporto di amore/odio tra l’Italia e gli artisti; perché se da una parte il suolo italico offre l’humus giusto per la formazione di un’artista (vista l’enorme eredità culturale di cui godiamo), dall’altro sin dai tempi dei romani la musica e l’arte vengono spesso viste come attività legate al vituperato otium, e non come necessaria valvola di espressione di un’intera civiltà.

Per tutti l’Italia è il paese che si rinnega e si difende, che si attacca e si assolve, che si vitupera e si loda, e gli artisti portano all’estremo questa tensione tra due sentimenti estremi. Francesco De Gregori cantava Viva l’Italia, non senza una nota di polemica sulla mediocrità italica (“l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento […], l’Italia metà dovere e metà fortuna”) alternata a una consolante esaltazione finale “dell’Italia che resiste”. Sempre De Gregori, a suo modo incarnatore di uno spirito che si fatica a definire patriottico ma di certo figlio di un profondo senso di appartenenza, cantava in La storia che “la storia siamo noi, bella ciao, che partiamo”. La Resistenza resta dunque per il cantautore romano uno dei più forti motivi di orgoglio e di attaccamento al Belpaese.

Gianna Nannini e Fabri Fibra hanno invece puntato sulla polemica a tutto tondo, con la nenia di In Italia che – pur con le sue ragioni – sembra piuttosto populista, demagogica e facilmente critica. Un’insospettabile vena inconsolabile è anche quella dei Pooh, che cantavano – in maniera totalmente antifrastica – che In italia si può; dove quel “si può” racchiude tutto ciò che c’è di vergognoso nel nostro paese e che invece è ormai accettato incondizionatamente da tutti noi (“Bella straniera, in T.V. qui si fa carriera, basta stare zitte, basta aver le tette”). Quella di Franco Battiato è invece un’Italia scarnificata, dilaniata e distrutta dalle stragi di stato: questa è l’Italia di Povera Patria.

Paolo Rossi è stato più diretto e lo ha detto senza fronzoli: In italia si sta male. Da brividi e senza speranza è l’Italia d’oro di Pierangelo Bertoli: “Italia d’oro frutto del lavoro cinta dall’alloro, trovati una scusa tu se lo puoi. Italia nera sotto la bandiera, vecchia vivandiera te ne sbatti di noi. Mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai, tanto non paghi mai”. Più diretta alla mediocritas è l’esaltazione delle patrie virtù del celeberrimo Italiano di Toto Cotugno (quello che si accontentava di cantare con la chitarra in mano per dimostrare la sua italianità), che celebrava “l’Italia, gli spaghetti al dente e un partigiano come Presidente” (bei tempi, quelli di Sandro Pertini!).

Puzza di vecchio la Nuova Italia di Sergio Cammariere (“Nuova Italia, Nuova Italia adesso siamo qua, Non c’è rinascimento né giustizia e libertà , Nuova Italia Nuova Italia adesso siamo qua, Scricchiolio d’Europa e il vecchio mondo crollerà”) mentre è decisamente vetusta la retorica senza fantasia dell’Italia di Mino Reitano (“Italia, Italia, di terra tanto bella non ce n’è”). E se da una parte Luca Canonici si dichiara pubblicamente in Italia amore mio ed Eugenio Finardi, a mo’ di innamorato, la definisce Dolce Italia, ad accompagnare la “nottata” (che, parafrasando De Filippo, speriamo passerà) è la dolce, commossa e intensa ninna-nanna di Luciano Ligabue: Buonanotte all’Italia.

Roberto Del Bove