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Yara, pm Ruggeri: Non confermo il ritrovamento del dna sulla felpa

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Omicidio Yara. Nessuna conferma giunge dagli inquirenti che si occupano del giallo di Brembate circa il ritrovamento di un nuovo dna sulla felpa indossata da Yara Gambirasio, la tredicenne trovata morta a Chignolo d’Isola lo scorso 26 febbraio dopo essere scomparsa tre mesi prima dal paese di residenza. L’indiscrezione che citerebbe fonti vicine agli ambienti investigativi parla di un profilo genetico diverso da quelli già rilevati sui guanti indossati dalla ragazzina la sera del suo rapimento: in quel caso si è trattato dei dna di un uomo e una donna non appartenenti ai campioni in possesso della polizia. Ma il pm Letizia Ruggeri, titolare dell’inchiesta, per ora glissa: «Sarei la prima a saperlo».

Dna prezioso sulla felpa. La notizia diffusa stamane aveva subito destato scalpore: in mano agli uomini dei Ris di Parma – che si occupano delle perizie sugli indumenti indossati da Yara, mentre la Polizia Scientifica analizza gli oggetti rinvenuti nelle tasche del giubbino indossato dalla vittima – ci sarebbe un nuovo dna, appartenente a un uomo estraneo alla famiglia Gambirasio. In molti avevano gridato al quasi certo ritrovamento del profilo genetico dell’assassino. Il codice con cui la natura ha, in un macabro scherzo, programmato quello che per molti è diventato il mostro di Brembate. A destare maggiore interesse, inoltre, ha contribuito un particolare: a differenza di quelli ritrovati sui guanti, il dna rimasto sulla felpa di Yara sarebbe perfettamente leggibile perché protetto in questi mesi dal giubbotto indossato dalla tredicenne che ha fatto sì che non si contaminasse nonostante l’esposizione agli agenti atmosferici.

Il pm Ruggeri non conferma. A calmare gli animi di chi si è lasciato trascinare in facili entusiasmi ci ha pensato Letizia Ruggeri, il pubblico ministero a cui è stata affidata l’inchiesta, che, a chi gli chiedeva delucidazioni sui nuovi risultati provenienti dalle perizie scientifiche, ha risposto laconica: «Sarei la prima a saperlo». Tatticismi dettati dalla volontà di non far uscire troppe informazioni utili alle indagini e tenere, così, senza pressioni evidenti i potenziali sospettati o la semplice verità? Difficile dirlo. In questa storia così oscura, non sarebbe la prima volta che, dettagli in un primo momento scartati e considerati improbabili, vengono riportati al centro delle indagini. Per chi osserva da fuori non rimane altro che sperare che le nebbie abbandonino la provincia bergamasca, riportando alla luce la realtà dei fatti e, con essa, il nome di colui che si è macchiato di un così orrendo omicidio.

Simone Olivelli