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“Gran Torino”: l’anti-razzismo di Clint Eastwood stasera su Rete4

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Prima televisiva di Gran Torino – La prima serata di Rete 4 si accende con una delle prime televisive più attese della stagione: Gran Torino di Clint Eastwood. Riconosciuto come uno dei fiori all’occhiello della programmazione Mediaset di questa stagione, il film targato 2008 andrà in onda questa sera (mercoledì 23 marzo) inaugurando la stagione primaverile della rete diretta da Giuseppe Feyles. Qui Eastwood è Walt Kowalski, un polacco razzista di Detroit, ex-metalmeccanico che non parla, ringhia a chiunque si insinui nel suo guscio fatto di risentimento e alcun rimpianto, un reduce della guerra in Corea, da poco vedovo e aggrappato con forza ai pochi saldi punti fermi della sua vita da anziano: la luccicante Gran Torino del 1972 parcheggiata in garage, simbolo di un American Dream ormai sbiadito e di una vita dedicata al dovere, e il senso di giustizia che afferma ogniqualvolta imbraccia il suo fucile e lo punta indifferentemente contro neri o musi gialli.

Walt è costretto a fare i conti col continuo mutamento del mondo, a volte con la sua degenerazione, con l’invasione di nuove etnie che mettono a dura prova i suoi pregiudizi, con figli e nipoti a lui distanti, con una vita solitaria che fatica a passare. Solo il fallimentare furto della sua amata Gran Torino – che, come prova di iniziazione, tenterà Thao, silenzioso e timido ragazzo Hmong – riuscirà a scuotere e migliorare l’esistenza dell’uomo; il quale stringerà a poco a poco un’amicizia sincera con il giovane ragazzo orientale, proiettandosi in una dimensione più umana ma anche più eminentemente drammatica, in un paese dove le divisioni ancora esistono e sono forse più forti di prima.

Inesauribile e instancabile, il grande Clint Eastwood dopo aver segnato la storia del cinema come attore (si veda la fortunata collaborazione con Sergio Leone) negli ultimi anni si è sempre più imposto come regista di punta del panorama occidentale engagé. Anche in questo film il tema del razzismo è affrontato in maniera per nulla scontata: negli orientali dei sobborghi sembra di vedere i nuovi negroes d’America, ignari sostituti dell’odio bianco – comunque mai sopito – verso la razza nera. Un po’ melenso e forzato, forse, questo proclama moralistico di Eastwood, che nel finale (per sua scelta, l’ultima sequenza da lui girata come attore) si regala una redenzione a imago Christi un po’ narcisistica. Resta però il sussulto tenero di un rapporto intergenerazionale e interrazziale controcorrente, lo struggimento di una vita al tramonto, e l’addio – forse definitivo – ad un sogno americano che non è mai decollato.

Roberto Del Bove

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