Una cordata Intesa-Ferrero per salvare l’italianità di Parmalat

Intesa San Paolo e Ferrero. Ossia una delle principali banche europee insieme ad una multinazionale del settore alimentare, entrambe italiane. E’, questa, l’idea lanciata nelle ultime ore da Corrado Passera, amministratore delegato del suddetto gruppo bancario, per far sì che Parmalat resti un valido esempio del Made in Italy e, più nello specifico, per dare vita ad un progetto alternativo a quello del gruppo francese Lactalis, intento a mettere le mani sulla storica azienda emiliana. “Stiamo lavorando ad un progetto industriale di lungo periodo”, annuncia Passera, “Parmalat è uno dei presupposti su cui stiamo lavorando, non è l’unico ma il più rilevante”. Il banchiere italiano non entra nei dettagli ma chiarisce che “nel caso, ci dovrebbe essere un impegno finanziario importante ed adeguato. Nessuno ha in mente di pensare al futuro di Parmalat senza investire”.

Il ruolo di Ferrero. Parole, dunque, che fanno ben intendere l’importanza dell’ipotetico investimento, al quale dovrebbe partecipare anche il gruppo Ferrero, azienda italiana specializzata in prodotti dolciari. Proprio il ruolo dell’importante multinazionale risulta assolutamente determinante per la riuscita del progetto, con i suoi 6,35 miliardi di euro di fatturato nel 2009. E’ lo stesso Passera a confermare la fattibilità del tutto: “Loro – spiega – hanno fatto affermazioni inequivocabili, a un progetto industriale di lungo periodo potrebbero essere interessati. Secondo me – prosegue con ottimismo – quando ci sono progetti seri raccogliere fondi e supporti finanziari e creditizi di solito non è un problema. Percepiamo – conclude – un crescente interesse attorno a questa possibile operazione”. Intanto il gruppo francese Lactalis ha stipulato tre contratti di equity swap con due controparti, SocGen e Crèdit Agricole, con il chiaro obiettivo di arrivare ad acquisire il 28,97% della Parmalat.

Stranieri 3 litri di latte su 4 venduti in Italia. Sulla necessità di difendere il marchio del Made in Italy è intervenuto oggi anche il presidente della Coldiretti, Sergio Marini. “Tre litri di latte a lunga conservazione sui quattro venduti in Italia con marchi del Made in Italy – denuncia Marini – sono in realtà già stranieri, senza indicazioni per il consumatore, come pure il latte impiegato in quasi la metà delle mozzarelle sugli scaffali”. In merito, quindi, al caso Parmalat, il numero uno dell’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana sottolinea che “l’italianità va difesa dalla stalla alla borsa e per questo è prioritario un progetto industriale che valorizzi veramente il latte e i quasi 40mila allevamenti italiani, e si impegni su un Made in Italy che, oltre al marchio, contenga materie prime nazionali”. Per Marini, dovrebbero essere imprenditori italiani a governare questo processo, con più sensibilità verso la tutela del vero prodotto italiano. Dalla Coldiretti rivelano, infine, che “nel 2010 ben 8,6 miliardi litri in equivalente latte hanno attraversato la frontiera per essere confezionati dietro marchi italiani. Il caso Parmalat – conclude la nota – conferma che la delocalizzazione degli approvvigionamenti e spesso accompagnata da una delocalizzazione degli stabilimenti produttivi e quindi della proprietà”.

Mauro Sedda