Siria: la rivolta corre su Facebook

L’onda lunga della protesta nel mondo arabo travolge la Siria, dove migliaia di persone sono scese in piazza anche oggi per chiedere la fine del regime del presidente Bashar al-Assad, succeduto nel 2000 al padre Hafez. Non diversamente da quanto accaduto negli altri Paesi già toccati dall’ondata rivoluzionaria, anche in Siria è Internet a giocare un ruolo fondamentale. Ed è il principale social network della Rete, Facebook, ad essere sfruttato dall’opposizione per diffondere quanto più possibile un “appello alla rivolta” in tutte le province del Paese, all’indomani della repressione delle manifestazioni della “giornata della dignità“.  Un appello immediatamente colto dai rivoltosi, protagonisti in queste ore di un vero e proprio assalto ai palazzi del potere.

Il bilancio delle vittime. E’ guerra di cifre sul numero dei morti. Secondo la tv in lingua araba al-Jazeera, che cita fonti dell’opposizione, in sette giorni a Daraa, epicentro della protesta contro il regime, sarebbero state uccise 150 persone. Di diverso parere Amnesty International, che parla invece di 55 morti. Più contenuto il bilancio delle vittime diffuso dalle fonti siriane, secondo cui le vittime sarebbero soltanto 13. Intanto, proprio al funerale di Kamal Baradan, uno dei manifestanti uccisi ieri, si registrano gli scontri più violenti della giornata. A riferirlo è l’inviato del quotidiano spagnolo El Pais.

La timida apertura del regime. Messe alle corde da una protesta che non sembra decisa a fermarsi, le autorità siriane hanno rilasciato ieri sera oltre 200 detenuti politici rinchiusi nel carcere di Sednaya, in gran parte attivisti islamici. A renderlo noto è l’Osservatorio siriano sui diritti umani, organizzazione con sede a Londra. Il segnale distensivo non sembra, però, aver sortito l’effetto sperato e i manifestanti hanno oggi dato l’assalto al cuore e ai simboli del potere del presidente Bashar al-Assad. E mentre la televisione pubblica mostra le manifestazioni a favore del regime, i rivoltosi prendono di mira le i simboli del potere, tra cui anche la statua di Hafez al-Assad, padre di Bashar.

Raffaele Emiliano