Trasloco Fiat in Usa? Per ora c’è la smentita

Reuters ha nuovamente parlato di una fuga da parte di Fiat negli Usa e né le rassicurazioni esplicitate da Sergio Marchionne in persona al Parlamento, né la smentita arrivata prontamente dall’azienda sembrano rassicurare Torino, l’imprenditoria piemontese e il mondo politico e sindacale in generale.
Tra coloro che hanno commentato la notizia, l’unico che sembra celare segni di nervosismo sembra Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, che ha  seccamente risposto “dalla Fiat non ho avuto alcun segnale”, aggiungendo che la Reuters “non è il Vangelo” e che quella è “un’opinione, ma ce ne sono altre opposte”.

I timori. Fabrizio Cellino, il presidente dell’associazione delle piccole medie imprese (Api) di Torino, viceversa, non riesce nascondere il timore che l’addio di Fiat possa concretizzarsi: “Di fronte alle nuove voci di trasferimento – dice – occorre fare chiarezza in tempi brevi e sulla base di informazioni che non siano solo il frutto di indiscrezioni. Non è possibile pensare al futuro di un comparto così importante solo sulla base di supposizioni”.
“Da italiani saremmo dispiaciuti se la sede del gruppo Fiat si spostasse in America, ma ciò che importa è la sostanza e i contenuti dei futuri piani industriali”. “Se la Regione deciderà di convocare gli attori di questa vicenda, noi non ci sottrarremo a questo compito e anzi chiediamo fin da subito di essere interpellati”.
Per Federico Bellono, leader Fiom, “queste ulteriori voci sembrano confermare, se non una prospettiva certa nei modi e nei tempi, sicuramente una tendenza a voler spostare la sede. Che però si vede anche a occhio nudo: che Chrysler sia ormai diventata la priorità di Marchionne è evidente, così come è evidente che pesano non poco gli impegni presi con il governo degli Stati Uniti anche dal punto di vista finanziario”.
Per Claudio Chiarle, segretario provinciale della Fim Torino, “il problema vero non è dove è posizionata la scrivania di Marchionne, ma se la questione della sede è legata a motivi di natura fiscale o piuttosto di politica industriale. Laggiù Obama supporta l’industria dell’auto, cosa che qui non succede. E laggiù il sindacato costruisce ponti d’oro per Marchionne, mentre qui mette i bastoni tra le ruote. Per questo, se un giorno la scelta di trasferire la sede dovesse diventare definitiva, il governo e un pezzo di sindacato dovranno fare qualche riflessione”.
“Nel report diffuso dalla Reuters Marchionne viene indicato come l’Elvis Presley del Lingotto. Noi sinceramente invece di avere un Elvis che importa il modello americano dei diritti e ci priva della sede dell’azienda più importante del paese, preferiremmo avere un più modesto Adriano Celentano, che vada negli Usa per esportare il Made in Italy”, ha ironizzato Monica Cerutti, del Sel.
Cesare Damiano, Pd, ha ribadito, invece, l’importanza della sede in Italia: “Noi ci aspettiamo che Fiat dia seguito agli investimenti stanziati per il piano Fabbrica Italia. Se si percorre questa strada, dopo gli accordi e i referendum di Pomigliano e Mirafiori, si dovrà mantenere conseguentemente la sede legale in Italia”.
Giorgio Merlo, sempre del Pd, ha criticato il Governo per aver trascurato il settore auto: “La permanenza di Fiat in Italia continua a essere un postulato essenziale non solo per il futuro industriale di Torino e del Piemonte ma di tutto il Paese. Di fronte a questo ennesimo rischio, vero o virtuale che sia, il governo non può più stare alla finestra”.

Marco Notari