“Boris – il film”: dalla tv al cinema, lo sfascio della settima arte nostrana

Recensione in anteprima – Stavolta René Ferretti non ci sta: quando gli propongono una fiction su Papa Ratzinger e si vede costretto a girare una grottesca scena al rallenty, decide di farla finita con la tv e abbandona il set. Da quel momento Cinema e Qualità diventano i suoi due imperativi categorici e assoluti, più forti delle pressioni di una ex-moglie in cerca di alimenti e di una ex-troupe scalcinata in cerca di lavoro. Ma in Italia l’ingegno e la diversità sono messi al bando: il tentativo di René di costruirsi una credibilità mettendo in scena un film tratto da La casta (l’ormai celeberrimo libro di Rizzo e Stella) si scontra contro la realtà di un paese dove l’imperativo è la mediocrità ridanciana e smargiassa della “Grande Commedia”; quella, per intenderci, degli ormai rivalutatissimi cine-panettoni.

Dopo averci raccontato per anni il melmoso mondo della fiction italiana di scarsa qualità, gli autori e il cast di Boris (serie tv cult di Fox) ci propongono con questo film – in uscita il 1 aprile – una visione amara e disincantata del nostro cinema. Cinematografari snob-superstar e produttori colti e raffinati (che in fondo vogliono solo quello che vogliono tutti: fare soldi) sono gli attori protagonisti dell’impasse ormai endemica del nostro cinema, che parte con grandi pretese e poi lascia finire tutto “a grandi puttane” (citando il buon De André). Il film di Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, registi e sceneggiatori, è una commedia brillante, certo, ma anche un grande affresco pessimista sulla nostra settima arte, una Zattera della Medusa – è proprio il caso di dirlo – su cui è imbarcata un’intera generazione, cresciuta coi miti del cinema che fu (“In quel cesso ha pisciato Antonioni”, dice Lopez entusiasta) e che è invece finita a scorreggiare nei film comici di Natale.

Il salto dalla tv al cinema, spesso rischioso, stavolta non si fa sentire: gli autori regalano agli aficionados della serie esattamente ciò che si aspettavano, resistendo alla prova della lunga durata (circa due ore) senza particolari cali di ritmo. Questo grazie ad una struttura narrativa ben congegnata e soprattutto – marchio di fabbirca della serie – dei dialoghi sagaci, comici ma immensamente amari. Intelligente tra l’altro la scelta di non ricorere troppo ai tormentoni della serie: le “smarmellate” di Duccio, gli “a cazzo di cane” di René (per inciso, un ottimo Francesco Pannofino) e i “troppo italiano” del divo Stanis non vengono mai pronunciati, ma sono uno spirito che aleggia onnipresente a segnare l’inevitabile declino dell’Utopia della Qualità, che sembra arrendersi ad un ineluttabile destino di italica mediocrità.

Il cast affiatato (lo stesso della serie tv) è davvero l’arma in più di questo lavoro ben scritto, un j’accuse non troppo acre in cui gli autori, come indiani impazziti, non risparmiano frecce e frecciate a nessuno: dai vessatissimi cine-panettoni, al mai nominato Presidente degli italiani, fino al Partito Democratico (fischieranno le orecchie persino a Margherita Buy, parodiata ad hoc da Rosanna Gentili). Si conclude così l’epopea di Boris che, per ammissione degli stessi creatori in conferenza stampa, non tornerà più né in televisione né al cinema. Anche questo è il prezzo della coerenza, quella rara qualità capace di portare Qualità sui nostri schermi, di cui Boris (film e serial) è genuinamente intriso.

Roberto Del Bove