“Chamber music society”: l’ispirazione suadente di Esperanza Spalding

Recensione dell’album – Con l’ardire e la (giusta) spavalderia che hanno solo gli artisti consapevoli dei propri mezzi, Esperanza Spalding ha dato alle stampe questo Chamber Music Society, il suo terzo album in studio (distribuito in Italia da Egea), vera prova del fuoco che l’ha consacrata artista di calibro internazionale, grazie ad un Grammy soffiato – Deo gratias – a Justin Bieber. Il disco vede la ventisettenne artista di Portland mettersi coraggiosamente alla prova in numerosi ruoli: cantante, contrabbassista, compositrice di musiche e testi, arrangiatrice. Il risultato? Ottimo, su ogni fronte. Senza remore Esperanza tenta un melànge ardito di generi tra loro molto distanti: il jazz, il latin-jazz, il pop, la musica da camera (ad accompagnarla un trio d’archi) e persino qualche breve incursione ai confini dell’hip-hop. Nonostante ciò il risultato è compatto, omogeneo, un sottile tributo di compostezza intellettuale e di calore afro, gonfio e vaporoso come la folta chioma della Spalding, vellutato come la sua voce gentile e mai aggressiva.

Richiamando nel titolo del disco il nome della compagnia musicale di Oregon in cui suonò il violino da bambina, l’artista afro-americana prende in prestito suoni e parole da tutto il mondo, come un grande artista che – parafrasando Picasso – non copia ma ruba. Apre il disco musicando Little Fly, breve composizione del poeta inglese William Blake, di cui conserva la ricercata innocenza, incidendola chirurgicamente con sezioni di archi classiche e oblique al tempo stesso; prosegue deformando la Chacarera composta da Leonardo Genovese con infiniti gorgheggi e passaggi voce-contrabbasso à la George Benson; regala una meravigliosa versione di Wild is the wind di Tiomkin, forse una delle migliori cover del brano mai ascoltate; infine riprende Inútil Paisagem di Jobim e lo trasforma in un suadente e vorticoso contrappunto vocale con la virtuosissima Gretchen Parlato, in quello che è forse uno degli episodi più felici del disco.

Per il resto la Spalding compone dei brani originali di ottima fattura: si arrischia in territori inesplorati, a volte meravigliando (dolce il brano Apple Blossom, in duetto con Milton Nascimiento), a volte osando troppo (molto pretenziosa, già nel titolo, è indubbiamente Knowledge of good and evil) ma sempre con giusto senno, parlandoci con sottigliezza di amore, tenerezza e malinconia. Seducendo l’ascoltatore, accarezzandone virtualmente l’orecchio, ma senza mai prenderlo per mano, tenendosi ad una certa distanza (intellettuale) che sembra quella di una femme fatale che per conquistare non si avvicina mai troppo ai suoi ammiratori, la nuova diva della musica colta americana regala un album intrigante, un coacervo ragionato e ispirato di musica soft che sta troppo stretta negli angusti spazi del jazz, ma che si rifiuta di inseguire il mainstream a tutti i costi, mantenendo salda la propria elegante identità.

Roberto Del Bove