Yara, le incongruenze della stampa: di chi sono le responsabilità?

Bergamo – A più di un mese dal ritrovamento del cadavere in quel di Chignolo d’Isola, località distante dieci chilometri da Brembate di Sopra, le indagini sulla morte di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa a fine novembre, rimangono sospese tra supposizioni, possibilità, piste aperte e pochi punti fermi. Alcune settimane fa è stato il corpo dei volontari della Protezione Civile a finire al centro delle polemiche per il modo in cui sono state condotte le ricerche nella provincia bergamasca, ultimamente invece a far discutere sono i tentennamenti di carabinieri e polizia, culminati nella lettera anonima che denuncia come in questa inchiesta la collaborazione abbia lasciato il posto alle rivalità tra i due corpi delle forze dell’ordine. Inoltre, chi segue il caso dall’indomani del rapimento non può fare a meno di constatare come sui media si inseguano, quasi quotidianamente, nuove indiscrezioni spesso dal carattere quasi surreale per chi, pur non essendo un investigatore di professione, prova a ragionare su ciò che delle indagini viene reso pubblico. Semplicemente effetto della voracità dei giornalisti sempre a caccia di scoop – più o meno attendibili – o c’è dell’altro? Analizziamo tre casi.

Lo scippatore nigeriano retroattivo – Soltanto un paio di giorni fa, le maggiori testate hanno diffuso la notizia secondo cui esisterebbe un nuovo testimone che potrebbe dare nuova linfa allo sviluppo delle indagini e anche noi trattammo l’argomento in questo articolo: una donna residente a Brembate nella prima metà del mese di marzo è stata scippata, ma fortunatamente le forze dell’ordine sono riuscite a risalire all‘identità dell’aggressore, assicurandolo alla giustizia. Si tratta di un giovane ventitreenne di nazionalità nigeriana. Fin qui, soltanto un fatto di cronaca nera, uno di quelli che quotidianamente accadono in diverse città d’Italia, a renderlo particolare è un ricordo della donna: la vittima dello scippo ha rammentato che il giovane nigeriano, nei giorni di fine novembre, si trovava intento a discutere con un altro uomo proprio nella zona di via Rampinelli, ovvero nei pressi della casa di Yara Gambirasio. Il salto logico è quanto mai acrobatico: colpevole di uno scippo a marzo 2011, perché non potrebbe essere implicato in un rapimento, con conseguente omicidio, avvenuto più di quaranta giorni prima?

Yara ha morso ai genitali l’assassino? – Nelle ultime ore si è fatta largo, tra la rosa delle possibilità circa la dinamica dell’aggressione alla tredicenne, l’ipotesi secondo cui Yara avrebbe avuto una colluttazione con il proprio aggressore al punto da riuscire ad addentarlo nell’area genitale, procurandogli una ferita tale da richiedere una medicazione in una struttura ospedaliera. Dagli ambienti investigativi, tuttavia, non sono stati resi noti gli elementi che avrebbero portato a stilare una descrizione dell’aggressione così dettagliata: come si fa a sapere che la ragazzina ha ferito l’uomo proprio in quel punto? Consapevoli di non avere le competenze in ambito investigativo, né le possibilità tecniche, che ci potrebbero permettere di sostituirci agli inquirenti, tuttavia, ci viene da pensare che per arrivare a tale conclusione saranno stati ritrovati addosso a Yara dei piccoli lembi di pelle appartenenti all’assassino, tali da riuscire anche a localizzare a quale parte del corpo appartenevano.
Ma considerato che si è sempre detto che, quando è stato trovato, il cadavere versava in avanzato stato di decomposizione e la mancanza di evidenti tracce di sangue sul corpo di Yara e nei dintorni del campo di Chignolo d’Isola è stata giustificata dall’esposizione prolungata agli agenti atmosferici, non è intuitivamente incoerente pensare che d’un tratto si è ritrovato un elemento così ben conservato da permettere una ricostruzione talmente definita nei particolari?

L’Ansa: si cercava negli ospedali all’indomani del rapimento –  Ad attirare la nostra attenzione, ieri, è stato questo lancio della più nota agenzia di stampa: gli inquirenti già nei giorni successivi al 26 novembre scorso, quando fu denunciata la scompara di Yara, avrebbero cercato tra gli ospedali di tutta l’Italia qualcuno che poteva essere stato ferito in uno scontro con una ragazzina. Probabilmente sarà una prassi investigativa che viene applicata ogni volta che vi è la denuncia di un rapimento, ma alcuni elementi specifici del caso ci lasciano alcuni dubbi: escludendo che si potessero avere elementi sulla natura dell’aggressione e del rapitore – non li si hanno oggi, quattro mesi dopo e con un cadavere in più – perché si è pensato che Yara potesse aver messo in campo una resistenza talmente forte contro quello che sarebbe diventato il proprio omicida, riuscendo a ferirlo al punto da dover ricorrere alle cure di un medico? Una lotta talmente cruenta anche se nessuno dichiarò di aver sentito urlare nel silenzio freddo di quella sera di fine novembre?
Infine se furono allertati i nosocomi dell’intera penisola, evidentemente si pensava che la ragazzina potesse essere stata trasportata lontano da casa, ma perché, dunque, le ricerche furono concentrate soltanto nell’hinterland di Brembate?

Probabilmente sono domande che avranno delle risposte chiarificatrici, ma che al momento ci lasciano quantomeno dubbiosi. Magari sono solo le farneticazioni di certa stampa sensazionalistica, anche se tuttavia non hanno incontrato le smentite degli inquirenti che tra l’altro ogni volta che si sono pronunciati hanno lasciato più di un interrogativo dietro sé. Forse rientra tutto in una tattica di disorientamento di possibili sospettati, per fare in modo che commettano qualche errore. O forse c’è dell’altro. Ma cosa?

Simone Olivelli