Kurt Cobain 17 anni dopo: necrologio di un rivoluzionario incosciente

Il 5 aprile 1994 moriva il leader dei Nirvana – “Nessun istinto di fuga, solo un gran trascinarsi gli uni sugli altri dentro una sovrappopolata cisterna, stesi nell’attesa di mangiare più di quel che occorre, e desiderosi di averne di più perché non si sa mai se risuccederà. Procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare”. Con questa magnifica frase, tratta dai suoi diari, Kurt Cobain descriveva in maniera empatica, senza quella retorica a cui lui era tanto avverso, il mondo avido e consumista che lo circondava e di cui anche lui si sentiva parte. Un mondo di vittime che erano e sono anche aguzzini, un mondo di oppressi che non si ribellano, il mondo della generazione X (ma poi, perché restringere così tanto il campo?) di cui Kurt, indimenticato leader dei Nirvana, era additato a portavoce, nonostante lui non si sentisse nemmeno portavoce di sé stesso. Quello stesso mondo creatore di dolore e al contempo agonizzante, che lo aveva portato, il 5 aprile 1994, a infilarsi la canna di un fucile in bocca e a premere il grilletto.

In quel momento moriva un grande artista che non sognava nemmeno di esserlo, uno che veniva dagli scantinati polverosi e bui del rock underground americano e che, senza volerlo, nel 1991, cacciò quella gemma di Nevermind, divenendo improvvisamente un idolo pop (ma quanto se lo sarebbe risparmiato, questo lato oscuro dello show business). Chi bada più alla sostanza, come chi vi scrive, ormai pensa solo che quei 74 minuti di rock esplosivo allora sconosciuto (da lì, dalla scena di Seattle, sarebbe partito il movimento successivamente nominato Grunge) proprio al rock ridiedero vita, drogandolo con la forza anarchica del punk dopo i plasticosi anni ’80, addolcendolo con la melodicità di un’anima – quella di Kurt – ansiosa di sputare sul mondo di merda in cui viveva quanto desiderosa di trovare un po’ di pace; e magari una vita minimamente serena, lontana da quei maledetti dolori allo stomaco che non gli davano tregua. Quella pace che solo la nascita della figlia Francis Bean, per un breve periodo, sembrava avergli dato.

Non staremo qui a discutere sulle teorie complottiste che circondano la sua morte (Kurt ucciso dalla moglie Courtney Love, Kurt ucciso dalla società, ecc. ecc.), né all’influenza devastante che l’eroina ebbe sulla sua vita. Preferiamo invece pensare al fatto che dal 1991 in poi non c’è stato, non c’è e non ci sarà un adolescente appassionato di musica che per almeno una settimana filata non si spari Nevermind (ma anche In Utero, Bleach, Incesticide, o Unplugged in New York) dritto nelle orecchie, urlando a squarciagola, o sognando di spaccare qualche chitarra. Quel ragazzo, che sono stato anch’io, non pensa a quello che sarebbe potuto essere ma a quello che è stato; ringrazia Kurt, ne rilegge i versi e ne riascolta le note, e spera forse in questo modo di riuscire a trovare la strada per fare qualcosa di più, oltre che “procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare”. E non gliene frega nulla se sembra solo un sogno che puzza come lo spirito di un teen-ager; lui, nonostante tutto, ancora ci crede. E il primo a ricordarglielo è stato Kurt Cobain.

Roberto Del Bove