Accanimento terapeutico: il cardinale Angelini contro la Cassazione

Cassazione, operazione senza speranze è accanimento terapeutico. Fa discutere molto la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha oggi confermato la condanna di tre medici dell’ospedale San Giovanni di Roma che nel dicembre del 2001 avevano sottoposto a laparoscopia prima e laparotomia poi una 44enne mamma di due bambini, malata terminale per “plurime affezioni neoplastiche”, causandole lesioni “non tempestivamente identificate”, con conseguente emorragia letale. Il chirurgo, secondo i giudici, non può infatti ostinarsi a operare un malato terminale, perché in tal modo verrebbe meno al codice deontologico, mettendo in atto “forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico“, ragion per cui potrebbe anche essere condannato e perfino finire in galera. La violazione del codice deontologico avviene persino nel caso in cui sia stato il paziente stesso a dare il proprio consenso all’intervento.

La reazione della Chiesa. La sentenza, che è inevitabilmente destinata a suscitare un acceso dibattito, provoca la sdegnata reazione di una parte della Chiesa. Il cardinale Fiorenzo Angelini, ex ministro vaticano della Sanità, boccia su tutta la linea la decisione dei giudici. “La speranza c’è finché esiste una sola possibilità di salvare un paziente”, spiega il cardinale. “Non è ammissibile – spiega Angelini – negare a un malato un intervento chirurgico in ragione della gravità delle sue condizioni. La vita termina quando termina naturalmente. E il medico deve fare sempre di tutto per salvare il paziente”.

Il parere dei medici. “La sentenza ripropone un tema dibattuto e combattuto soprattutto dai chirurghi”, dichiara Donato Antonellis, vice presidente dell’Ordine dei medici di Roma, in una intervista raccolta dal quotidiano ‘Il Messaggero‘. “Le valutazioni sul trattamento di un paziente sono molte e tutte caso per caso. E’ vero che c’è la deontologia professionale che dovrebbe fermare il medico di fonte all’impossibilità di curare il paziente come nel caso di un malato terminale di tumore. Quando il cancro è diffuso a che serve operare? Sarebbe meglio spendere tutte le energie per far vivere meglio il paziente”, spiega Antonellis. Dello stesso parere l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia, secondo il quale il medico deve “ricorrere alle cure palliative” e non certo a un intervento chirurgico quando la malattia è in stadio così avanzato da “non consentire alcun miglioramento attraverso un intervento”. “Negare un intervento – sottolinea Sirchia – non è eutanasia. Anche Benedetto XVI ha condannato ogni forma di accanimento terapeutico e sperimentalismo non finalizzato al bene del paziente. Con la rinuncia all’accanimento terapeutico non si vuole procurare la morte ma si accetta di non poterla impedire”.

R. E.