Cassazione, operazione su malato terminale è accanimento terapeutico

Chi, medico o chirurgo, si ostini a operare un malato terminale contravviene al codice deontologico e mette in atto “forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico“, ragion per cui può essere condannato e perfino finire in galera. Operare un paziente affetto da patologie che non lasciano speranza di vita comporta, dunque, la violazione del codice deontologico anche nel caso in cui sia stato il paziente stesso a dare il proprio consenso all’intervento. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, che conferma la condanna di tre medici dell’ospedale San Giovanni di Roma che nel dicembre del 2001 avevano sottoposto a laparoscopia prima e laparotomia poi una 44enne mamma di due bambini, malata terminale per “plurime affezioni neoplastiche”, causandole lesioni “non tempestivamente identificate”, con conseguente emorragia letale.

Violazione delle regole di prudenza. Il caso torna alla cronaca dopo tanto tempo e riguarda il famoso quanto discusso prof. Cristiano Huscher (pioniere della chirurgia mininvasiva) e la sua equipe, ritenuti dunque colpevoli di omicidio colposo. “Il prioritario profilo di colpa in cui versavano gli imputati – scrivono i giudici nella sentenza numero 13476 – è stato evidenziato dalla stessa Corte nella violazione delle regole di prudenza, applicabili nella fattispecie, nonché delle disposizioni dettate dalla scienza e dalla coscienza dell’operatore”.
Le motivazioni della sentenza. “Attese le condizioni indiscusse ed indiscutibili della paziente (affetta da neoplasia pancreatica con diffusione generalizzata, alla quale restavano pochi mesi di vita e come tale da ritenersi ‘inoperabile’) – scrivono i giudici della Corte – non era possibile fondatamente attendersi dall’intervento (pur eseguito in presenza di consenso informato della donna, madre di due bambine e dunque disposta a tutto pur di ottenere un sia pur breve prolungamento della vita) un beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita”. I chirurghi, pertanto, “avevano agito in dispregio al codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico”. I giudici di secondo grado avevano ravvisato la sussistenza del nesso di causa “nell’omessa, tempestiva identificazione delle lesioni” causa dell’emorragia, “avuto riguardo anche alle condizioni cliniche della paziente (rese manifeste dalla diagnosi di plurime affezioni neoplastiche formulate anche da un chirurgo ricercatore straniero che si occupava di cancro del pancreas) già note prima dell’intervento e soprattutto dei valori ematici nonchè della sintomatologia di anemizzazione che la stessa aveva presentato nel decorso post-operatorio”.

R. E.