Siria: ancora vittime. 30 morti a Daraa

Fino a qualche giorno fa sembrava che il governo avesse imboccato la strada del dialogo. Soluzioni per poter decretare la fine dello stato di emergenza dichiarato dal presidente Bashar al Assad: la naturalizzazione concessa ai residenti curdi della regione nord-orientale di Hasake, mossa da leggere nell’ottica delle promesse fatte ai sunniti integralisti; mercoledì trovava conferma la decisione di reintegrare nelle scuole le insegnanti che indossano il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi, usato dalle donne degli ambienti sunniti più integralisti. Poi la decisione di chiudere l’unico Casinò della Siria, altro fortissimo gesto simbolico, dato che per il clero sunnita il gioco d’azzardo è illegale.

Ecco, fino a qualche giorno fa sembrava che il dialogo avesse iniziato, per forza o convinzione, ad illuminare il regime. E invece questa mattina arriva la notizia che la polizia è tornata a sparare. E ad ammazzare. All’alba le forze di sicurezza sono intervenute a Latakia, porto a 330 km nord ovest di Damasco. I manifestanti erano riuniti nel quartiere sunnita di Sleibeh e, secondo quanto raccontano testimoni oculari, sono stati attaccati dalla polizia che ha sparato sulla folla veri colpi di arma da fuoco. Ieri, invece, giorno di preghiere del venerdì festivo islamico, il sangue dei ribelli è tornato a scorrere: 30 morti a Daraa (epicentro del terremoto civile che sta sconvolgendo il Paese), 3 a Homs, a nord di Damasco, 4 fra Harasta e Duma, due sobborghi della capitale.

Ammar Qourabi, presidente dell’organizzazione nazionale dei diritti dell’uomo, accusa “le autorità siriane” di aver represso “manifestazioni pacifiche con la violenza, utilizzando granate lacrimogene e sparando sui civili disarmati, uccidendo e ferendo decine di persone.La replica arriva dal Ministero dell’Interno, che difende le forze dell’ordine accusando i soliti “gruppi armati” di aver agito come provocatori sparando sui manifestanti: “Questa gente si è infiltrata per seminare discordia tra cittadini e forze di sicurezza. Ha dato fuoco alle istituzioni pubbliche, ha attaccato i soldati e gli agenti di sicurezza che invece hanno evitato di sparare. Questo ha causato un gran numero di morti e feriti tra i militari.” In pochi credono a questa versione, che tradisce più la volontà di repressione che l’intenzione di mantenere le promesse di riforma, come sottolinea oggi un editoriale del quotidiano libanese The Daily Star: “Favorire la repressione rispetto alle riforme non permetterà al presidente siriano Assad di salvare il proprio regime, il quale si trova di fronte a una corsa contro il tempo”.

Cristiano Marti