Bob Dylan in Cina e Vietnam: tra critiche, censura e lontani ricordi

Serie di concerti del cantautore in Asia – Certi giornalisti non te la mandano certo a dire. Anche se sei un mostro sacro della musica, anche se hai ispirato il tanto santificato movimento di protesta americano degli anni ’60, anche se sei nell’Olimpo dei cantautori – e, per alcuni, dei poeti – del Novecento.  Tra questi fustigatori della penna c’è anche Maureen Dowd, giornalista del New York Times, che parlando dell’attuale tour asiatico di Bob Dylan non ha lesinato critiche: “Bob Dylan che si autocensura in Cina è peggio di Beyoncé, Mariah Carey e Usher quando incassano milioni per cantare davanti alla famiglia di Gheddafi, o di Elthon John che rastrella una fortuna facendo la serenata al quarto matrimonio di Rush Limbaugh”. Questo è stato il commento acre della Dowd in un articolo significativamente intitolato “Blowin’ in the idiot wind”.

Il riferimento è alla tappa cinese di Dylan, tenutasi mercoledì scorso al Gymnasium di Pechino. Per potersi esibire nella terra di Mao, Dylan ha dovuto far approvare dal governo cinese la scaletta di brani prevista per il concerto; accettando senza fiatare la prevedibile cancellazione, imposta dalla censura, di inni come Blowin’ int the Wind, The time they are A-Changin, Hurricane e la celeberrima Knockin’ on Heaven’s Door. Il menestrello della libertà di pensiero e del pacifismo si è ritrovato così a sottostare ai diktat di un governo dittatoriale, che ultimamente è sotto il fuoco incrociato degli attivisti per aver fatto perdere le tracce dell’artista dissidente Ai Weiwei, già architetto del “Bird’s Nest”, lo stadio olimpico di Pechino. In molti si aspettavano almeno una parola di Dylan sull’argomento: inutile dire che le aspettative sono state perentoriamente frustrate.

Intanto il mr.Tamburino del folk-rock si è esibito ieri a Saigon, in Vietnam. Proprio quel Vietnam che con la sua guerra degli orrori (o più semplicemente “L’orrore”, come lo definiva Kurtz in Apocalypse Now) aveva ispirato alcuni dei più grandi successi dell’artista, creando l’humus della protesta giovanile in cui il mito di Dylan crebbe a dismisura (sebbene lui abbia sempre rifiutato il ruolo di guida). Ma se con la tappa a Saigon sembra di ricordare quel cantautore che parlava di protesta e ribellione pacifica, le pile di soldi racimolate a Pechino macchiano di verde un personaggio che a ben vedere è sempre stato di luci e ombre. E quei cumuli di denaro sembrano dare amaramente ragione al Financial Times, che ritraendo in copertina il cantante durante l’esibizione di Pechino ha scritto “The Times They Are Not a-Changin”: i tempi non stanno cambiando.

Roberto Del Bove