NewNotizie all’ultima serata della “Primavera del Cinema Francese”

Ieri sera, presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma, si è conclusa l’ottava edizione della “Primavera del Cinema Francese”, che ha coinvolto anche il II Kino. A partire dall’otto aprile e fino a ieri sera, alcuni curiosi o appassionati di cinema francese hanno avuto modo di cimentarsi con i lavori di Mathieu Amalric, Jean-Luc Godard, Jean-Claude Rousseau e Jean-Marie Straub. Ieri sono stati tre gli eventi che si sono susseguiti per concludere tale rassegna; il secondo, quello che si è verificato dalle venti alle ventuno e quarantacinque circa, prevedeva la proiezione di quattro opere di Jean-Marie Straub.

Parlare di cosa si è visto all’interno di una comoda sala cinematografica, tra l’altro alla presenza di Jean-Claude Rousseau, i cui interventi sono stati preziosi, è quantomeno proibitivo. Dopo alcune parole di Jean-Claude Rousseau e di pochi altri è iniziata la proiezione di “Europa 2005 – 27 octobre”. Tale film, lungo poco più di dieci minuti, è di Jean-Marie Straub e di Daniel Huillet, suo storico compagno di lavoro. L’idea di tale opera, nacque dalla voglia di fare una sorta di cine-volantino. Alla base di tutto vi è un terribile fatto di cronaca: la morte di due giovani, all’interno di una centrale elettrica nelle periferie parigine, che credevano di essere inseguiti, a ragione o a torto, dalla polizia. Il film è costituito dalla medesima sequenza di immagini che si ripete per cinque volte, quasi a voler suggerire al fruitore l’idea di qualcosa che è destinato inesorabilmente a ripetersi. Sono quattro gli elementi che trapanano le meningi di chi si ritrova ad osservare per cinque volte il medesimo luogo: il primo è l’insistente abbaiare di un cane di sottofondo, che fa quasi venir voglia di fuggire da un’immagine che di per sé esprimerebbe una tranquillità statica. Il secondo ed il terzo elemento del film che risultano avere un potere decisamente forte sono due scritte su dei muri: la prima è “stop, ne risque pas ta vie”, ovvero “stop, non rischiare la tua vita”; mentre la seconda, che all’interno dell’opera passa più in sordina ma che possiede un’efficacia pazzesca, è “Stop, l’electricité c’est plus forte que toi”, ovvero “stop, l’elettricità è più forte di te”. L’ultimo elemento di spicco dell’opera sono delle parole che appaiono sullo schermo per cinque volte, sempre allo stesso punto, ogni volta che le immagini ricominciano a susseguirsi all’interno del film: “chambre à gaz, chaise éléctrique”, ovvero “camera a gas, sedia elettrica”. Non vi è nemmeno l’ombra di un essere umano all’interno dell’opera, che sembra far leva sul concetto di “potere” inteso su più piani: il “potere”, quello più forte, è quello contro il quale è inutile combattere, poiché si tratta di un potere non consapevole di sé. Il “potere” contro cui sembra arrivare un messaggio di rivolta è il potere dell’autorità ingiusta, il potere che fa leva su di sé, sul terrore e sulla paura.  Il potere delle forze dell’ordine è il potere che spaventa, è l’abbaiare insistente del cane cosciente della paura che infonde. Il potere che uccide senza aver la coscienza di ciò che sta facendo è quello cieco, quello dell’elettricità che è più forte di te, ma al potere cieco non si può dare colpe, il potere cieco non ne ha. La figura inequivocabile del “colpevole” viene fuori all’interno della seconda opera: “Pour Joachim Gatti”, anche questa pensata in seguito ad un fatto di cronaca, che vide Joachim Gatti perdere un occhio durante uno scontro con la polizia francese. Il film dura un minuto. Sullo schermo appare la fotografia di Joachim Gatti, mentre la voce di Jean-Marie Straub legge un pensiero di Rousseau. Il film si conclude con un potentissimo concetto del quale Straub si assume, con veemenza, la responsabilità: le parole che concludono l’opera sono fortissime: “Et moi Straub je vous dis que c’est la police armée par le Capital, c’est elle qui tue!” “io, Straub, vi dico che è la polizia armata dal capitale che uccide”. Ecco svelato l’arcano. Ecco chi è che uccide con coscienza, chi è l’assassino consapevole, chi è che rappresenta il potere contro il quale si può e si deve combattere.

Sembrava che anche gli altri due film parlassero di “potere”. “Corneille-Brecht”, girato interamente a casa di Straub, vede Cornelia Geiser recitare un estratto di Corneille e un pezzo di Brecht preso da “Verhör Des Lukullus”, una trasmissione radiofonica. Indubbiamente, all’interno dell’opera, Brecht ha avuto più spazio del proprio collega. L’estratto di Corneille, preso da “Othon e Orazio”, viene recitato da Cornelia Geiser di fronte ad una finestra aperta, quasi la sua immagine dovesse rimanere una sagoma in ombra. Brecht viene, invece, recitato dalla giovane seduta all’interno dell’appartamento. Ad accomunare i due brani vi è, fra le altre cose, la città di Roma, che Corneille definisce “l’unico oggetto del mio risentimento” e della quale Brecht parla come “l’onnipresente Roma che non riuscì a proteggermi dall’onnipresente Roma stessa”. Perdersi a discorrere delle trame è quasi inutile in questi casi; cosa resta nell’animo di chi si ritrova ad ascoltare per quasi mezz’ora la voce di Cornelia Geiser che recita questi estratti? Un ragazzo all’interno della sala, alla fine di tutte le proiezioni, ha espresso alla perfezione il tipo di sensazione che segue la visione di “Corneille-Brecht”, dicendo che “una volta usciti di qui o si va a dormire o si va a spaccare le vetrine”.

L’ultimo film è, probabilmente, il più sottile. Si tratta di “O Somma Luce”. L’opera inizia con qualche minuto di schermo nero e di musica di sottofondo. Il concerto che si ascolta mentre si guarda lo schermo monocromo si tenne al Teatro degli Champs Elysées nel millenovecentocinquantaquattro. Jean-Marie Straub era presente, perciò udì dal vivo il disappunto del pubblico, che iniziò a protestare per quella musica “sperimentale”. Jean-Claude Rousseau ha detto bene quando ha espresso il proprio pensiero riguardante il fatto che le proteste del pubblico costituiscono un coro perfetto per quella musica. Una volta terminato questa sorta di preludio, la telecamera inquadrerà per tutto il film, sempre con una certa ripetitività e facendo attenzione a creare delle ben precise prospettive, un uomo, Giorgio Passerone, che legge l’ultima parte del “Paradiso” di Dante e la meravigliosa campagna toscana. Di luce ce ne è eccome, così tanta che sembra quasi schiacciare il lettore, che a volte più che leggere sembra implorare, pregare tale luce. Si tratta sempre di un film che presumibilmente potrebbe parlare di “potere”? Di un film sulla luce che schiaccia e che viene implorata dall’inerme essere umano, solo fra la natura secca? Può darsi. Indubbiamente, dopo aver visto gli altri tre film e dopo aver percepito una determinata sensazione, è difficile non inquadrare anche quest’ultimo secondo il medesimo punto di vista.

Martina Cesaretti