Due chiacchiere con Roberto Coda Zabetta

Roberto Coda Zabetta, giovane artista, ha gentilmente deciso di rispondere a qualche domanda per NewNotizie. Attualmente le sue opere sono esposte a Napoli in una mostra dal titolo “Lavori Recenti”. Tale esposizione, come le precedenti, sottolinea la forte empatia del giovane pittore e scultore, che di certo ha sempre avuto voglia di indagare all’interno delle tragedie umane che continuano a susseguirsi.

Benvenuto Signor Coda Zabetta; entriamo subito nel vivo dell’intervista. Le questioni relative alla sofferenza umana hanno da sempre destato la sua attenzione di artista e, credo, anche di uomo. Perché?

Il critico d’arte Achille Bonito Oliva ha scritto questo in “Oggetti di Turno”: «Ritengo che rimanga come codice, anche nel XX secolo, la croce, quella croce che viene ribadita dalla durata e dalla persistenza dell’unica monarchia che ha sfidato duemila anni di storia, che è la Chiesa cattolica…Citiamo invece i simboli interni alla cultura. Picasso rappresenta, con tutto il suo lavoro, un esempio indiscutibile dell’artista di grande attualità, è il grande cannibale del XX secolo, è quell’artista che ha sintetizzato, utilizzando tutti i gli stimoli, non solo lavorando col futuro, ma anche riprogettando il passato iconografico dell’arte…Riguardo l’individuazione degli itinerari delle ultime generazioni a me pare che nella fase attuale dell’arte contemporanea ci sia una citazione raffreddata, con una disinvoltura quasi pubblicitaria. L’artista come copyrighter che utilizza ogni segno pur di rafforzare la propria immagine…». Oggi mi piace pensare a queste parole. Si può vivere di simboli o avere il coraggio di avere altri stimoli. Ho lavorato molto sui volti, che rappresentavano per me un lavoro estremamente introspettivo, quasi autobiografico. Oggi ho bisogno di immagini e pensieri esterni che, con una lettura diversa, mi permettano di sentirmi migliore e ancora una volta padrone di qualcosa che deve essere espresso, a volte con grande paura. Rimane una consapevolezza estetica, la consapevolezza del fatto che oltre al comune racconto ci sia anche una lettura capace di approfondire qualsiasi argomento descritto. Guerre, genocidi, incidenti stradali, albini, malati di cancro e aborti. Oggi la bomba atomica.

I suoi ultimi lavori sono stati ispirati dall’enorme catastrofe che fu generata dal lancio della bomba atomica a Hiroshima. Potrebbe parlarmi del perché è stata proprio la questione della “dark side” del progresso ad ispirarla?

Ancora oggi la bomba atomica rimane uno dei disastri più sconcertanti dell’umanità. Volevo questo, ma  non volevo appropriarmi di una tale responsabilità. Ho cercato di andare oltre sin dal momento in cui, tornando dal Giappone, ho immaginato un mio lavoro sul tema delle esplosioni. La mattina del sette maggio del duemilaotto vidi su la Repubblica un articolo interamente dedicato ad Hiroshima e ad un rullino fotografico ritrovato contenente immagini mai viste prima. All’interno vi erano fotografie scattate da uno dei pochi giapponesi che non morirono all’istante e che sino a quel momento erano state custodite nell’archivio Hoover . Ho capito che c’era ancora la possibilità di poter raccontare con un altro taglio.  L’incontro con Claudio Composti, pochi mesi dopo, è stato fondamentale. Gli ho  parlato del progetto e della mia non voglia di fare una ricerca; lui, di contro, ha accennato ad un video inedito di un grande fotografo giapponese. Vedendo il video ho trovato la chiave per trasformare una tale tragedia in una esperienza visiva apparentemente romantica. Capii immediatamente che l’ “andare oltre” significava poter raccontare con immagini contemporanee una visione personale delle bombe, immagini apparentemente innocue che, portate sulla tela, ricoprono un compito fondamentale. Ecco la mia chiave per poter esprimere tutto questo, come altri fecero con ombelichi, galline senza testa e graffi sul petto. Oggi racconto il mio ultimo progetto, lavori recenti.

Cosa pensa lei, se posso, del nucleare inteso come fonte di produzione d’energia?

Le uniche e  vere fonti di energia oggi, sono le cosidette “rinnovabili”, energie che, fondamentalmente, si riproducono da sé. Il problema è che rendono più povere le persone già ricche, e più ricche le persone povere. Parlo di benessere intellettuale, ovviamente, del quale noi tutti siamo tristemente a corto.

C’è un legame fra le sue opere attualmente esposte a Napoli e la strage che sta vivendo il Giappone?

Direi di no. Come dicevo prima, tutto e’ iniziato il sette maggio del duemilaotto. In questo nuovo lavoro la fisicità cede totalmente il passo al mondo della psiche, forse si tratta del riscatto di una spinta interna che si proietta poi senza remore all’esterno. Il Giappone mi ha ispirato, ma nell’abisso dell’informe c’è anche una splendida esplosione, una ricchezza dissipativa di segni, e non è solo distruzione: c’è una natura che vuole farsi sentire. Il lavoro che ho presentato a Napoli è nato casualmente, e casualmente mi trovavo in Indonesia mentre esplodeva il vulcano Merapi. Evidentemente, tutto è destinato a  tornare. Fumo compreso.

Ha in cantiere qualche progetto per il futuro oppure sta aspettando di venire nuovamente ispirato da qualcosa o da qualcuno?

L’arte, a mio avviso, è investigazione, domanda, complicazione. Il giorno in cui succederà nuovamente tutto questo, sarò forse pronto per un’altro progetto. Nel mentre, inauguro tra due settimane da Antonio Ratti di Como con “Ex voto”.

La ringrazio di cuore, Roberto.

Martina Cesaretti