Arrigoni, Hamas spara sui ricercati. La madre: No alla pena di morte

Le forze di polizia di Hamas potrebbero aver localizzato il campo in cui si nascondono gli autori dell’omicidio di Vittorio Arrigoni, il blogger lombardo sequestrato e poi giustiziato negli scorsi giorni. Mentre si attende l’arrivo della salma in Italia, dalla Striscia di Gaza giungono notizie che vedono i sospettati asserragliati, nel tentativo di sfuggire alla morsa degli agenti che avrebbero anche aperto il fuoco contro lo stabile. A renderlo noto è il sito palestinese Hala.ps. Nel frattempo, dall’Italia, la madre di Arrigoni dichiara il proprio no nei confronti della pena di morte, auspicando che i colpevoli del delitto possano essere arrestati e processati, ma senza il ricorso alla pena capitale.

Un ricercato si è arreso – Un lancio dell’agenzia Adnkronos ha rivelato che uno dei tre miliziani salafiti, ricercati per l’assassinio di Vittorio Arrigoni, si sarebbe arreso e consegnato alla polizia della Striscia di Gaza. Mohammad al-Salafiti, questo il nome dell’uomo, si trovava nel campo profughi di Nuseirat quando ha deciso di non opporre resistenza lasciandosi arrestare. A quanto pare gli altri due salafiti avrebbero deciso di resistere trincerandosi all’interno di uno stabile della zona. Secondo alcune indiscrezioni, le forze di polizia punterebbero anche sull’opera di convincimento da parte dei parenti dei ricercati affinché accettino di deporre le armi.

La Madre: No alla pena di morte – Mentre gli agenti di Hamas sono all’opera per rintracciare e arrestare gli autori dell’omicidio di suo figlio, la signora Egidia Beretta dall’Italia affida a Repubblica un appello affinché vengano risparmiate le vite dei colpevoli: “So che a Gaza vige la pena di morte. I presunti esecutori dell’omicidio di Vittorio, se ritenuti colpevoli, verranno quasi sicuramente uccisi. Io sono contro la pena di morte, e anche Vittorio lo era. Considerava la vita come il valore supremo. Per questo, chi dovrà giudicare i suoi assassini sappia che Vittorio non avrebbe mai voluto che fossero condannati a morte».

Simone Olivelli