Cuffaro: reato di mafia confermato in Cassazione

Cuffaro e la mafia. E’ stata oggi depositata la sentenza della Cassazione dello scorso 22 gennaio in merito al caso Cuffaro. E si torna a  partlare dell’ex presidente della Regione Sicilia, e dei suoi presunti rapporti con  “vari esponenti” di Cosa Nostra, come si legge negli atti processuali. Si tratta in particolare della rivelazione da parte di Salvatore Cuffaro al boss Guttadauro, riguardante il fascicolo aperto a suo carico che lo vedeva indagato con l’ipotesi di essere capo mandante di vari delitti di matrice mafiosa. Si cerca di chiarire in questo procedimento giudiziario quale sia stato lo spirito con cui Cuffaro avrebbe dato questa notizia al conoscente Guttadauro. Processo alle intenzioni? In questo caso si parla più che altro di via d’uscita possibile per l’indagato Cuffaro. Se si riuscirà a dimostrare come “l’atteggiamento psichico” del governatore della Sicilia possa esser stato limpido nel parlare di certe informazioni apprese in sede ufficiale e dunque riservate, allora Cuffaro “ne uscirebbe pulito”. Le accuse sono di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale, con l’aggravante del reato di mafia. Queste le motivazioni della sentenza della Cassazione, che lo scorso 22 gennaio aveva condannato Cuffaro a sette anni di reclusione.

La Corte di Appello di Palermo. Il 23 gennaio 2010 la Corte d’Appello estese da cinque a sette anni la pena detentiva destinata a Salvatore Cuffaro. L’accusa principale era di mafia. Per farla breve, come si suol dire in certi casi. Cuffaro avrebbe favoreggiato varie amicizie che fanno parte di Cosa Nostra, specialmente in ambito politico. Non sarebbe solo a causa del suo rapporto ambiguo con il boss Giuseppe Guttadauro, dunque, che si presume che l’ex governatore della Sicilia abbia rapporti stretti con la mafia. Anche ad altre persone in più occasioni avrebbe rivelato segreti d’ufficio che erano di interesse per loro, e durante le elezioni regionali del 2001 avrebbe tenuto in lista personaggi vicini alla mafia, e ad essa graditi. La Cassazione, dunque, con la sentenza dello scorso 22 gennaio depositata oggi, ha confermato la colpevolezza di Cuffaro: era consapevole, a quanto si legge, di favorire la mafia nell’esercizio delle sue funzioni politiche.

Salvatore Miceli. Particolare rilevanza ha assunto durante le varie fasi del processo a carico di Salvatore Cuffaro, l’accordo che sarebbe intercorso tra lui e Guttadauro riguardo la candidatura, ad esempio, di Miceli. Guttadauro avrebbe insomma preso accordi con il governatore della Sicilia, “proponendo all’uomo politico, che accetta (e lo inserisce nella lista) la candidatura alle elezioni regionali del Miceli, mobilitando l’intera famiglia mafiosa per le consultazioni, al fine di ottenere il sostegno per un ridimensionamento del regime carcerario del 41 bis, per il controllo dei flussi della spesa pubblica e per il condizionamento delle attività economiche sul territorio, tutti interessi dell’associazione mafiosa che Miceli si era impegnato a realizzare”. Miceli era insomma l’uomo chiave che doveva fare il suo ingresso nella politica regionale per sbrogliare qualche problema alle famiglie dei mafiosi, e Cuffaro avrebbe avviato la sua carriera a seguito della promessa fatta a Giuseppe Guttadauro. Affari di famiglia.

Sandra Korshenrich