Nigeria: violenze dopo le presidenziali. Duecento morti fra musulmani e cristiani

L’esito delle elezioni è iniziato a rivelarsi con gli exit poll di Domenica . E già oggi i morti in Nigeria sono più di 200, insieme a centinaia di feriti e migliaia di arresti. E’ il primo bilancio dello scoppio della protesta ad opera dei sostenitori di Muhammadu Buhari, uscito sconfitto dalle presidenziali dal presidente uscente Goodluck Jonathan (nella foto). E’ il nord del Paese ad essere in rivolta. E le violenze continuano fra i musulmani, che sono in maggioranza nella parte settentrionale del Paese, e i cristiani del sud.

Una situazione che è apparsa subito drammatica: la Croce Rossa internazionale parla già di 60.000 sfollati. E si parla già di un possibile ritorno alla guerra civile nella fine degli anni ’70, che durò più di tre anni (allora i morti furono più di un milione). Per ora le violenze non cessano, nonostante la presenza per le strade dell’esercito e il coprifuoco annunciato immediatamente dal Governo. Tensione che ci si aspetta resti altissima almeno fino al 26 Aprile, quando si voterà per il rinnovo dei governatori dei 36 Stati della Federazione.

Il casus belli, però, non sembra essere soltanto l’esito delle elezioni di sabato scorso. La situazione era preoccupante già da dicembre, in particolare nel Plateau, regione centrale della Nigeria divisa fra il 70% di cristiani e il 25% di musulmani. Da anni le due fazioni sono in lotta fra loro per il controllo della terra, con gli agricoltori cristiani opposti agli allevatori musulmani. Solo nel 2010 le vittime delle guerriglie sono state un migliaio. Ma il vero inasprimento della battaglia si è avuto fra dicembre e gennaio, quando in pochi giorni sono morte più di cento persone.

E’ vero anche, come fa notare Lettera 43, che gli scontri di questi giorni legati alle presidenziali sono abbastanza complessi da leggere: “La Nigeria – si legge sul quotidiano online – ha una struttura di governo federale basata sul numero degli abitanti, in cui il presidente di uno Stato più popoloso ha più potere di quello di uno Stato meno popoloso.” “Nel 2007 – spiega Marc-Antoine Pérouse de Montclos, dell’Istituto di ricerca e sviluppo di Parigi – i musulmani del Nord speravo che il loro presidente, Umaru Yar’Adua, allora alla guida di tutto il Paese, potesse conquistare due mandati elettorali per avere il tempo di realizzare le riforme necessarie per realizzare una più equa distribuzione delle ricchezze.” Il petrolio, infatti, che costituisce il 95% delle esportazioni del Paese, si trova al sud e, dopo la morte di Yar’Adua, il sogno dei musulmani sembra essersi spezzato.

Cristiano Marti