Cent’anni dopo la morte di Emilio Salgari e sessantasei dopo la Liberazione

A distanza di cent’anni dalla morte di Emilio Salgari, celebre scrittore di romanzi d’avventura, ci sono ancora ragazzi che si innamorano delle sue storie avvincenti e che scelgono le sue opere anziché buttarsi su qualche autore più recente? La risposta è, felicemente, sì. Emilio Salgari morì prima di poter vedere l’Italia alle prese con due guerre atroci e con leggi assurde il cui scopo era quello di sterminare esseri umani le cui colpe erano quelle di appartenere a determinate etnie o religioni, di credere in qualcosa di diverso rispetto a ciò che il potere costituito comandava di pensare, di avere gusti sessuali diversi dall’orientamento che il governo riteneva essere più consono, di essere dei criminali, di essere degli immigrati oppure di essere portatori di handicap.

Emilio Salgari è morto nel millenovecentoundici, dopo aver lasciato in eredità a migliaia di giovani posteri le sue avventure senza tempo, le sue storie affascinanti che parlano di pirati e di corsari. Trentaquattro anni dopo la sua morte l’Italia aveva subito un cambiamento drastico. Addosso al suo corpo di giovane spesso sprovveduta erano ancora fresche le ferite causate da due guerre il cui impatto sul pianeta è stato disastroso. Il venticinque aprile del millenovecentoquarantacinque i partigiani liberarono la città di Milano dall’occupazione nazifascista: oggi il venticinque aprile è ancora festa nazionale, in onore di quel giorno in cui ad un popolo oppresso venne finalmente restituita quel tipo di libertà che è facile dare per scontata per tutti coloro ai quali non è mai stata sottratta.

Di che abbiamo bisogno, dunque, ora? Di sentirci liberi evadendo fra le pagine de “Il Corsaro Nero” oppure di ricordare il giorno in cui fummo liberati, al fine di sentire ancora, a distanza di sessantasei anni, quel tipo di libertà? Probabilmente di entrambe le cose: di evasione momentanea e di memoria eterna. Memoria perché? Per far sì che tutto ciò che è accaduto prima di sessantasei anni fa non accada più? Per imparare dagli errori dell’umanità? Se si desse uno sguardo consapevole al pianeta che ci ospita, ci si ritroverebbe con addosso una certa tristezza, figlia del fatto che l’essere umano spesso non sa che farsene della propria memoria. A tal proposito furono, e sono ancora, decisamente eloquenti le parole che proferì l’attore, regista e scrittore Ascanio Celestini durante un’intervista qualche anno fa: “Se ce l’ho il martello lo utilizzo per piantare un chiodo nel muro, non lo utilizzo perché è solamente un bell’oggetto. Se è un bell’oggetto ma non ci pianto i chiodi, se lo butto via è meglio. Allora meglio buttarla via quella memoria se non ci serve più, ma se ci serve utilizziamola come strumento”. Utilizzare la memoria come strumento e, magari, “I pirati della Malesia” e tutti i libri del mondo come base culturale per poter creare una fortezza all’interno della quale conservare la memoria-strumento? Probabilmente, sarebbe un’idea.

Martina Cesaretti