Nucleare, sulla decisione della Cassazione peserà il bluff del premier

Roma – Gli interventi messi in campo dal governo per frenare il referendum sul nucleare rischiano di trasformarsi in un boomerang. C’è perplessità sulla moratoria perché non indica una definitiva rinuncia al nucleare. Per diversi giuristi l’uscita del capo del governo potrebbe pesare sulla Corte di Cassazione a cui spetta la decisione sul voto referendario.

Cassazione – Berlusconi svelando il bluff della maggioranza sul nucleare potrebbe aver parlato troppo presto, e anche male. L’intervento della maggioranza per bloccare il referendum di giugno sul nucleare sta avendo un effetto boomerang. Non indica una rinuncia all’atomo ma solo un rinvio e questo potrebbe pesare sulla decisione della Cassazione.
La decisione infatti, non è nelle mani del parlamento, né tantomeno del governo, ma di un giudice: l’Ufficio centrale presso la Corte di cassazione.
La sentenza 68 del 1978 della Corte costituzionale non lascia alcun dubbio: una nuova legge non provoca l’annullamento automatico di un referendum, ma può impedirne lo svolgimento solo se abbandona “i principi ispiratori della disciplina preesistente” che si vuole abrogare.
In tal modo, spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza, si vuole impedire che un legislatore smaliziato possa modificare solo formalmente una legge, per evitare il pronunciamento popolare. Per questo spetta alla Cassazione valutare la nuova normativa alla luce dei quesiti referendari. Sul caso nucleare, già la formulazione dell’emendamento del governo solleva dei dubbi tra i giuristi, visto che rinviando a ulteriori evidenze scientifiche e a futuri sviluppi tecnologici non comporta una rinuncia definitiva alla scelta nucleare, che è invece il principio ispiratore dell’iniziativa referendaria.

Referendum – Al di là del referendum, il futuro del nucleare in Italia non è però segnato. Qualora la Cassazione blocchi i quesiti, e quindi il referendum di giugno, il governo può ripristinare quando vuole la norma che dà il via libera al nucleare.
Se invece dovesse esserci il voto e vincerebbero i si, secondo la dottrina passati cinque anni o comunque dopo il rinnovo del parlamento la nuova rappresentanza popolare può riproporre le norme abrogate.

Matteo Oliviero