Luciano Bellosi, ricordo di un maestro

Luciano Bellosi è morto martedi sera (ndr 26 aprile 2011) all’età di 74 anni, pLuciano Bellosi (foto Dipietro)er un infarto. Nel piccolo grande mondo della storia dell’arte il suo era un nome a tutti famigliare, nonostante il temperamento schivo. Lo era in modo particolare a Firenze, dove viveva, dove aveva studiato con Roberto Longhi e dove aveva cominciato la sua carriera, come funzionario della Soprintendenza.

Nel 1979 fu chiamato a insegnare la storia dell’arte medievale all’Università di Siena, dove l’amico e compagno di studi Giovanni Previtali aveva contribuito a fondare la Facoltà di lettere. Lì, insieme, furono in grado di animare un laboratorio di studi storico-artistici, in cui l’insegnamento nel chiuso delle aule si intrecciava al rapporto diretto con le opere. Di quella stagione, cui è legata anche la fondazione di una rivista, “Prospettiva”, furono figlie mostre memorabili, in cui parteciparono fianco a fianco professori e allievi: mostre didattiche, come quella su Jacopo della Quercia, del 1977, o altre davvero spettacolari, come Il Gotico a Siena (1982).

Più di una generazione di storici dell’arte è stata profondamente segnata da quell’esperienza, al cui centro stava il magistero di Luciano Bellosi. I suoi ragionamenti davanti alle opere d’arte non erano mai scontati e conquistavano i giovani per la capacità inimitabile di far parlare le opere stesse e la loro specificità formale. Come è proprio dei veri maestri, Bellosi non si limitava a trasmettere ai suoi allievi un bagaglio di conoscenze, ma li contagiava con la sua passione totalizzante e al tempo stesso li disciplinava con un metodo rigoroso. Bellosi non era certo di quei professori che hanno bisogno di ammantarsi di un’aura sacerdotale; le sue lezioni, come i suoi studi, erano scevre di artifici retorici, il suo linguaggio, chiaro e pacato, semplice all’apparenza, era in realtà il frutto di ragionamenti sottili.

Morto Longhi, nel 1970, un libro come Buffalmacco e il Trionfo della morte (Einaudi 1974, vincitore del premio Viareggio per la saggistica) si impose come modello originalissimo per scrittura e metodo: leggibile per chiunque come un romanzo avvincente, nel riportare in luce l’identità artistica di uno dei protagonisti del Decameron di Boccaccio, nascondeva nelle pieghe del discorso esercizi di complessa filologia. Era riconosciuto da tutti come uno dei maggiori conoscitori della pittura italiana fra Due e Quattrocento e la sua autorevolezza era cresciuta mano a mano che aveva saputo risolvere problemi fin lì sfuggiti o fraintesi. Di Giovanni di ser Giovanni, fratello minore di Masaccio, ad esempio, si conosceva solo un lacerto di affresco a San Giovanni Valdarno, dove i due pittori erano nati, che a Bellosi fu tuttavia sufficiente per ricostruirne l’intera carriera. O ancora, tutti conoscevano gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti in Palazzo Pubblico a Siena, ma nessuno prima di lui s’era accorto che un’ampia porzione era stata rifatta nella seconda metà del Trecento da un pittore di nome Andrea Vanni. Nei suoi studi davvero non si contano le scoperte e le precisazioni puntuali, ma al di là dei singoli apporti, quello che colpisce è la capacità di accordare le analisi di dettaglio con affreschi storici di grande respiro: libri come La pecora di Giotto (Einaudi 1985) o la monografia su Cimabue (Motta 1998) sono densissimi di precisazioni filologiche, ma al tempo stesso sanno raccontare una delle svolte epocali della storia della pittura occidentale in tutta la sua sconvolgente portata.

A lui si devono alcune mostre molto meditate, ma al contempo di grande efficacia visiva, come quelle su Francesco di Giorgio e il primo Rinascimento a Siena (1993) o su Masaccio e le origini del Rinascimento a San Giovanni Valdarno (2002). Fra tutte, però, va ricordata la Pittura di luce. Giovanni di Francesco e l’arte fiorentina di metà Quattrocento, allestita alla Casa Buonarroti di Firenze nel 1990: con audacia e sapienza quella piccola mostra nasceva con lo scopo di dimostrare un’idea storiografica nuova, l’individuazione di un filone alternativo della pittura fiorentina, dove il disegno è subordinato alla luce e al colore, senza il quale non si spiega l’arte di Piero della Francesca. E oggi che le mostre stanno diventando sempre più operazioni disinvolte e affrettate, quando non di puro marketing, la capacità di Bellosi di comunicare al pubblico un’idea della storia dell’arte attraverso un autentico dialogo tra le opere stesse, produttivo di senso, resta un insegnamento più che mai attuale.

Laura Cavazzini e Andrea De Marchi

Una versione ridotta di questo pezzo è apparsa sul supplemento Saturno de Il Fatto quotidiano di venerdì 29 aprile