Alekos Panagulis: ricordando un poeta

La maggior parte degli italiani conosce il nome di Alekos Panagulis per via del meraviglioso libro che la sua compagna, Oriana Fallaci, scrisse dopo la sua morte, avvenuta a Glyfada il primo maggio del millenovecentosettantasei. Chi era Alekos Panagulis? Un politico? Un rivoluzionario? Un uomo qualunque? In una vecchia intervista che Oriana Fallaci, ancora priva dei segni che il cancro lasciò in seguito sul suo viso di donna altera e forte, rilasciò ad un anno dalla morte del suo uomo, la scrittrice di “Lettera ad un bambino mai nato” parlò di Alekos Panagulis come di un poeta, il cui eroismo non era altro che la diretta conseguenza della propria poesia. Effettivamente basta imbattersi nelle meravigliose poesie che Alekos scrisse durante la sua vita di idealista passionale e travagliato o in alcuni aneddoti che lo riguardano per rendersi conto di quanto ogni sua azione, iniziando da quelle compiute per mettere su carta il suo amore e il suo dolore di vivere e finendo con quelle il cui scopo era sabotare la dittatura che si era impadronita del suo paese, fosse riconducibile al concetto ineffabile e meraviglioso di “poesia”.

Un poeta non è uno che è bravo a scrive poesie, né uno che pensa in rima, né uno che sa come far pendere dalle proprie labbra i propri interlocutori. Un poeta è uno che fa poesia, il che significa che chiedere a qualcuno cosa sia un poeta sarebbe come domandagli di descrivere il colore rosso senza poter portare esempio alcuno.

Il cinque maggio del millenovecentosettantasei, giorno dei funerali di Alekos Panagulis, il popolo greco scese in massa nelle strade e gridò ad una bara farcita di poesia “Zi, zi, zi”, “Vive, vive, vive”; Oriana Fallaci racconta con estrema perizia quel momento nel libro che ha seguito la morte del suo Alekos: “Un uomo”.

Martina Cesaretti