“I Buoni vicini”: una panoramica sull’indifferenza

Un’aggressione alle prime ore del mattino. Una ragazza, un cortile, un palazzo. E poi tante finestre in cui entrano prepotentemente i rumori e gesti di ciò che accade, ma da cui non proviene alcuna risposta. Tutto questo viene raccontato nel romanzo di Ryan David Jahn intitolato I buoni vicini (Fanucci Editore, 240 pag., 16 euro), dove un evento brutale diventa l’espediente per mostrare come altre vite ed altre esistenze possano intersecarsi tra loro, e allo stesso tempo continuare inesorabilmente dritte per la propria strada. Si tratta di un romanzo in cui probabilmente è l’indifferenza ad essere la vera protagonista, o tutt’al più un egoismo spietato, che riesce a mimetizzarsi e quasi a legittimarsi attraverso la minuziosa rappresentazione delle proprie cause e dei propri scopi. È così che l’aggressione della giovane donna, pur nitidamente intesa da tutti i condomini, risulta essere nient’altro che una piccola deviazione, un inciso. Intervenire diventa inutile ed è attraverso la delega a qualcun altro che l’evento viene archiviato e allontanato dall’orbita dei condomini. Da questo 13 marzo del 1964 Jahn parte così per mostrare diversi spaccati di vita, alternando i punti di vista dei vari abitanti del palazzo di capitolo in capitolo. Vengono mostrate le loro vite, ognuna di per sé meritevole d’attenzione, così che si instauri una specie di lotta alla ricerca della scena. C’è il marito che difende la moglie sospettata di aver ucciso suo figlio, un veterano di guerra pronto al suicidio, un giovane in partenza per la guerra in Vietnam. E la polizia che nessuno si preoccupa di chiamare, l’ambulanza che arriva sulla scena dominata soltanto da quel delitto osservato in silenzio.

L’effetto è quello di guardare, non visti, attraverso una miriade di finestre diverse” ha scritto The Guardian parlando di quest’opera, già vincitrice lo scorso anno del premio New Blood Dagger della Crime Writers’ Association. I buoni vicini è perciò un thriller noir che si tinge senza farsi troppi problemi di colori psicologici, offrendo anche una panoramica sociologica che fa venire in mente dei segmenti cinematografici, capitoli che diventano quasi rapidi microcosmi pieni di sfaccettature. Probabilmente va cercato in questa sua natura socialmente descrittiva il vero tratto interessante del romanzo, che senza dubbio coglie lo spunto del noir ma lo fa utilizzandolo per lo più a mo’ di input, per dare il “la” a un discorso diverso, più interiorizzato ed a tratti didascalico.

Andrea Camillo