Yemen, Venerdì di preghiera. Si teme la guerra civile

A Sana’a, come nelle altre città del Paese, l’appuntamento del Venerdì di preghiera sta diventando sempre più la cartina tornasole degli umori di una popolazione che con sempre maggior insistenza chiede le dimissioni del presidente Saleh. Ed è ormai un po’ di tempo che, fra i vertici governativi, si è fatta strada la convinzione che una guerra civile sia molto vicina. Per ora si continua a parlare di scontri, che però ogni giorno continuano a mietere vittime, soprattutto civili. Ieri notte a Sana’a, durante scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, altre dieci persone hanno perso la vita. Altre vittime si sono registrate nelle città di Taez Hodeida e Dhamar.

E’ in questo clima incandescente che si attende il Venerdì di preghiera di domani: le minacce di Al Queda dopo la morte di Osama Bin Laden, la mancata sottoscrizione da parte di Saleh dell’accordo di transizione proposto dal Consiglio di Cooperazione del Golfo. E una nuova manifestazione di massa nella quale migliaia di yemeniti torneranno ad urlare slogan contro il loro Presidente. “Manteniamo alto l’allarme” dice Alessandro Fallavollita, ambasciatore italiano nella capitale Sana’a, il quale sottolinea gli incessanti contatti “con i nostri partners europei, statunitensi e dei Paesi del Golfo” in un’attività diplomatica di costante “sollecitazione” per riuscire a trovare un accordo che ponga fine alla guerra in corso nel Paese.

E’ proprio in quest’ottica che gli Stati del Golfo hanno riavviato i colloqui subito dopo la notizia delle vittime di ieri notte. Sabato a Sana’a riprenderanno i colloqui in merito alla proposta di dimissionare Saleh entro trenta giorni per poi concordare un governo di transizione. Anche se funzionari di regime si mostrano molto scettici sulla possibilità di un accordo immediato. Anche per via dei manifestanti, che non accetterebbero mai un accordo nel quale si concordi l’immunità a Saleh in cambio delle sue dimissioni.

Cristiano Marti